Memoria condivisa? Mica tanto

Memoria condivisa? Mica tanto

Chi non gli ha vissuti, non ne ha memoria. Per chi li ha solo sentiti nominare, degli anni settanta sa tutto e niente. E quello che sa spesso l’ha imparato sui banchi di scuola.
I fortunati, alunni di professori illuminati, hanno imparato che, nonostante la paura e il terrorismo, quelli furono degli anni esplosivi. Un cocktail potentissimo che si innestò sul filone della protesta operaia e, quindi, sulla tradizione del socialismo e del comunismo internazionale ma con una fantasia e libertà d’espressione a questi sconosciuti. Un movimento internazionalista, policulturale e interclassista. Gli anni della guerra contro il conflitto come forma di relazione tra stati.
Agli sfortunati, invece, incappati in professori meno nostalgici, tocca un’altra versione: gli anni settanta, poco prima e poco dopo, sarebbero anni bui. Gli anni in cui il terrorismo ha fatto stragi in Italia, gli anni “loschi” dello stato, gli anni in cui la mafia preparava il campo per gli anni ’80, gli anni in cui i nemici delle autorità dichiararono guerra al conformismo dei ruoli. Gli anni di Piombo, insomma. Memoria condivisa? Mica tanto.
L’unica cosa che queste due versioni hanno in comune è un errore di fondo.
Miriam Mafai nel suo Diario Italiano insegna che «il 1968 non c’entra né con la successiva militarizzazione dei servizi d’ordine né con i successivi delitti e “brigantismi”». In altre parole, secondo l’autrice, c’è una rottura tra le due epoche. I promotori di una o l’altra versione, nell’insegnare la storia di quegli anni, commettono un errore imperdonabile: l’espansione democratica del nostro paese, trova le sue radici nel movimento del ’68 ma si arena nel movimento del ’74-77. I ricordi di quegli anni, dunque, sono due. Di due epoche diverse. Oggi, quello che resta di queste idee confuse, è un paradosso: mentre gli amici non valutano l’entità di quegli anni, i nemici ne testimoniano il carattere “formidabile” con una lunga serie d’accuse.
I libri di testo queste cose non le insegnano.
Ma cosa c’è di quegli anni passati nel presente-presente? Ironia della sorte, quello che di più evidente la societa attuale ha ereditato da quegli anni settanta, sono i suoi protagonisti: coloro che si sono rapidamente riciclati nei nuovi modelli di comportamento, rinnegando sé stessi e gli ideali in cui avevano creduto. Il passaggio dal “personale è politico” alla personalizzazione della politica è opera di questo gruppo ristretto ma rumoroso, che grazie al sistema per il quale lavorano, confondono le essenze di queste due epoche (’68 e ‘74), tentando di dimostrare, con cinismo camaleontico, la debolezza dei valori che animavano quegli anni.
La parte del racconto che non si può omettere nei libri di testo e che, a noi giovani, bisognerebbe raccontare è che quegli anni colonizzarono parte delle coscienze nel nostro paese, compiendo una profondo processo di revisione nel vissuto sociale. Che quello fu un periodo particolare nel quale grandi movimenti di massa socialmente disomogenei ma spontanei fecero vacillare i sistemi politici in nome di una trasformazione radicale della società. La trasformazione forse fallì, ma diede alcuni frutti. Tra i doni di quel periodo, troviamo prime tra tutte, la legge sull’aborto e sul divorzio, due conquiste che combinatosi con diversi fattori, hanno contribuito alla battaglia per lo statuto dei lavoratori e che hanno prodotto, come effetto indotto, la nuova legislazione sulla scuola e l’università. Delle conquiste decisive che influirono in maniera nettamente superiore (rispetto alle esperienze degli anni di Piombo e all’impatto della “militarizzazione”) nel forgiare le nuove filosofie italiane.
Chi non li ha vissuti, non ne ha memoria. Per sfortuna però, non si può fare a meno di ricordarli comunque. Il presente-presente, le proteste studentesche ignorate e boicottate, hanno bisogno, per resistere, un po’ di quello spirito che animava quegli anni mai vissuti.
Di quegli anni, invece, si conoscono solo le musiche. Le fotografie, i racconti.
Il presente ha bisogno del ricordo di quello che fu un “buon” passato. Perché è quel passato vissuto all’insegna del “yes we can” che ha forgiato il nostro presente. Fortunati voi che siete nati negli anni cinquanta. “Avrei saputo cosa fare io negli anni settanta”.

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