Droghe, una guerra inutile e costosa

Droghe, una guerra inutile e costosa

La mafia della droga si rigenera come l’Idra della mitologia greca. Quando i servizi di lotta contro gli stupefacenti le bloccano la strada, questa cerca un nuovo itinerario. Quando i campi della coca vengono distrutti con polverizzazioni erbicide, la mafia sposta i campi da un’altra parte. La caccia mondiale ai trafficanti ha dato, fin’ora, pochi risultati. Le droghe sono sempre più abbondanti ed economiche, i pusher sempre più potenti e la maggior parte dei paesi esita ancora a ricercare dei metodi alternativi alla repressione limitandosi a persecuzioni schizofreniche, costosissime e contro producenti. Fernando Peinado Alcaraz, giornalista de El Pays, si chiede se ci siano dei modi migliori di vincere la guerra contro la droga. La questione è più che mai d’attualità. In marzo scorso gli esperti si sono dati appuntamento a Vienna per tracciare il bilancio della strategia decennale adottata nel 1998 dall’Onu. In quella sede, i thinkers hanno dovuto ammettere che la guerra contro il traffico aveva fallito e hanno chiesto l’abbandono della strategia repressiva, che fissava l’obiettivo di “un mondo senza droga”. Per raggiungere questo scopo, molti governi hanno scelto di attaccare il male alla radice. Le costose campagne di distruzione delle piantagioni di coca sud-americane, finanziate dagli Stati uniti, hanno fatto sì che le coltivazioni fossero spostate verso luoghi più difficili da raggiungere. La produzione mondiale non è diminuita. Nonostante l’Onu abbia stimato che attualmente circa il 42 per cento della produzione mondiale di cocaina e il 23 di quella di eroina siano state sequestrate al narcotraffico, gli esperti della politica antidroga rimettono in causa la fedeltà delle cifre e, anzi, denunciano che il volume delle vendite al dettaglio nelle città europee o degli Stati uniti non smette di aumentare, come lo prova la discesa del 10 al 30 per cento dei prezzi della droga durante l’ultimo decennio.
Più le forze dell’ordine complicano il lavoro ai “cartelli”, più questi danno prova d’ingegnosità. I “narco-sottomarini” sono un esempio dell’instancabile capacità dei trafficanti di raggirare i controlli della polizia. Costruiti in cantieri navali clandestini, nelle foreste colombiane, questi piccoli sotto-marini si spostano al di sotto della superfice dell’acqua e possono trasportare fino a dieci tonnellate di cocaina verso il ricchissimo mercato americano. I guardia-costiera americani, che hanno già investito milioni di dollari in vigilanza e finanza, nel 2008 hanno intercettato solo una dozzina di semi-sommergibili al mese. Si pensa che quattro su cinque arrivino a destinazione senza esser stati fermati. Peter Reuter, professore all’università del Maryland e uno degli esperti più reputati in materia di strategia antidroga, non crede che optando per la repressione si possa ridurre significativamente la quantità di droga disponibile sul mercato statunitense ed europeo. «Sarebbe più efficace far abbassare la forte domanda nei paesi consumatori piuttosto che ostinarsi a lottare contro l’offerta». Ed è proprio così che anche il Messico ha dato una svolta alla sua politica precedente ed ha varato un’estesa depenalizzazione del consumo di droghe, e non solo leggere. Federico rampini, corrispondente de la Repubblica racconta in un articolo di qualche giorno fa, come «quasta mossa segua il fallimento di anni di battaglia al narcotraffico basata sul pugno duro, e affidata ad una polizia corrotta». Felipe Calderon, il presidente messicano, ha ottimi rapporti con gli Stati Uniti, prosegue Rampini, tuttavia si sta convertendo alla posizione di altri stati latinoamericani molto critici sulla “guerra alla droga”. Qualche ragione, il governo messicano ce l’avrà. Si consideri infatti che nel rapporto pubblicato a febbraio dalla commissione latino-americana sulle droghe e la democrazia (CI n° 959 del 19 marzo 2009) si legge: «Le politiche proibizioniste non hanno prodotto risultati soddisfacenti. Siamo più lontani che mai dal risultato proclamato». Nonostante le somme considerabili investite nelle politiche antidroga (40 miliardi di dollari negli Usa e 34 miliardi di euro in Europa), solo un euro su quattro è consacrato alla prevenzione. Per tanto tempo le dissidenze contro il discorso proibizionista classico sono state considerate con sospetto. Ora che in America centrale, in Africa dell’est e in Afghanistan gli stati hanno lasciato nelle mani delle mafie locali il monopolio delle droghe, molti si domandano se non fosse stato meglio (o almeno più efficace) proporre un regime di legalizzazione controllato che privasse i trafficanti della loro parte di mercato. «Obama è più incline dei suoi predecessori a cambiare rotta. Questo avrà delle ripercussioni sul resto del mondo e notamente sull’Europa, dove sarà più facile avvicinarsi a delle politiche progressiste». A dirlo è Ethan Nadelmann, direttore esecutivo della Drug Policy Alliance, una Ong che sprona la legalizzazione controllata della vendita di marijuana negli Stati uniti. Il Gruppo di Dublino, creato nel 1990 dagli Stati uniti, l’Unione europea, il Giappone, il Canada, l’Australia e la Norvegia come forum informale per discutere e analizzare i problemi della drogha, non ha fatto che confermare l’assenza, da una parte e dall’altra dell’atlantico, di interesse a trovare dei ponti tra i differenti approcci alla lotta contro il narcotraffico. Questa assenza di comunicazione, di cooperazione e scambio di esperienze ha molti effetti negativi.
Dopo oltre dieci anni di tentativi infruttuosi per ridurre la produzione e la consumazione di droghe nel mondo, il momento è propizio per un ragionato e ragionevole cambiamento di rotta. Un cambiamento necessario dettato non da una qualsivoglia forma di libertinaggio estremo o irragionevole anticonformismo (come molti vogliono farci credere), ma da reali esigenze di controllo della domanda e offerta di droga nel mondo. Per questo, gli stati e la comunità internazionale dovrebbero cominciare in primis rilevando l’irresponsabilità condivisa e l’inefficacia delle policies attualmente in vigore. Delle politiche repressive italiane, prima di tutto.

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