La pillola che divide il Pd

La pillola che divide il Pd

Di Alessandro Antonelli
da l’Altro.it, la sinistra quotidiana
Altro che zucchero, questa pillola non va proprio giù. Sulla RU486 si consuma l’ennesima farsa all’interno del Pd e lo scontro laici-cattolici irrompe nella lotta congressuale. Dopo il crucifige dell’“irregolare” Dorina Bianchi, accusata di aver votato sì all’indagine conoscitiva sul farmaco abortivo contro le intenzioni del partito, il gruppo dei senatori democratici si è riunito in tutta fretta per correre ai ripari e decidere sul via libera ad un’istruttoria dal sapore vagamente ostruzionista. Un parere favorevole anticipato troppo frettolosamente dalla senatrice teodem già martedì in sede di ufficio di presidenza.

La Bianchi ha bruciato tutti sul tempo e ha aggiunto il suo voto all’indagine voluta dal centrodestra allo scopo non dichiarato di ostacolare l’iter della messa in commercio della pillola abortiva, nonostante l’ok già incassato a luglio dall’Agenzia italiana del farmaco.

Il risultato sarà un lavoro pleonastico e strumentale che partirà già da oggi con l’audizione de ministro Sacconi, e che ha il solo obiettivo di gettare ombre sulla diffusione della RU486, calendarizzata per ottobre.

Un’autentica trappola allestita dal Pdl che ha deciso di rompere il patto non scritto col Pd: i luogotenenti di maggioranza e opposizione avevano infatti concordato di far slittare il confronto a dopo il congresso democratico, proprio per non inquinare la battaglia in corso a Largo del Nazareno. La truppa berlusconiana ha invece preparato l’imboscata e ha trovato una sponda morbida nella senatrice di fede rutelliana, da sempre schierata su posizioni ultraclericali.

Pasticcio che ha gettato imbarazzo e scompiglio nel Pd, risvegliando le ire dei laici. La parlamentare in quota radicale Donatella Poretti ha chiesto senza mezze misure la testa della Bianchi: «Sarebbe un atto dovuto quello delle dimissioni». Ma ad incalzare il gruppo dirigente del partito è stato soprattutto il candidato alla segreteria Ignazio Marino, sostituito proprio dalla soldatessa Dorina alla guida dei senatori democratici in commissione Sanità: «Bianchi è un problema – ha detto il senatore chirurgo – fa sorgere dubbi un capogruppo che ogni volta che c’è una votazione importante non riesce a rappresentare il gruppo». Accusa che ha prontamente attirato la replica piccata della diretta interessata: «Il senatore Marino si sta facendo campagna elettorale. È un qualunquista».

E in effetti la risposta della senatrice teodem disvela il giallo che cova dietro le quinte delle schermaglie. Perché Dorina Bianchi non ci sta a passare per traditrice e assicura di avere avuto un sostanziale mandato dal partito per un ok all’indagine parlamentare. «Ne avevamo parlato e si era detto che non ci opponevamo».

Il segretario Franceschini ha fiutato la gravità della querelle e ieri ha preso carta e penna per scrivere alla capogruppo al Senato Finocchiaro per sconfessare l’operato della Bianchi ma la lettera non ha acquietato il partito. Tanto che l’assemblea dei senatori di ieri sera è stata infuocata, con i big dell’una e l’altra “parrocchia” ad offrire plasticamente l’idea di un nuovo braccio di ferro laici-cattolici che non fa altro che innalzare la temperatura dello scontro congressuale.

Paola Concia, deputata del Pd vicina a Ignazio Marino, è furibonda: «Se vogliamo costruire un partito davvero democratico dobbiamo finalmente uscire da queste ambiguità e da queste paludi». Vista da fuori, invece, l’empasse in casa democratica attira il sarcasmo della sinistra: «Tutt’altro che plausibili – ha commentato Marco Di Lello, esponente socialista di Sinistra e Libertà – appaiono le imbarazzate spiegazioni di Franceschini e della presidente Finocchiaro: spero che il congresso elegga il vero leader del Pd, finora eterodiretto oltreevere».

Il rischio, infatti, è quello di un Pd completamente subalterno alla maggioranza. E pure alla Chiesa. È chiaro che il blitz con cui il Pdl ha disonorato il patto di non belligeranza in commissione Sanità è un segnale dato alle gerarchie vaticane: da più parti la marcia indietro sull’aborto farmacologico è letta come moneta di scambio per acquistare “indulgenze” sui pasticci del premier.

Per altro verso – allo scopo di non dare l’impressione di aver imboccato una china apertamente reazionaria – i laici del Pdl sembrano pronti a riaprire la partita sul testamento biologico, soprattutto in virtù delle sollecitazioni del presidente della Camera Gianfranco Fini.

Insomma, Berlusconi fa le pentole e pure i coperchi. Mentre il Pd sta a guardare.

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