In piazza…

In piazza…

Scrivo due righe dopo esser tornata dalla manifestazione. Ma non credo di avere le idee chiare. Non ancora. Perché manifestazioni cosi ti lasciano addosso un senso di soddisfazione incredibile, ti danno la carica per poter dire he domani sarà meglio… Allora accendo il Tg, e controllo se davvero…

Credo si debbano comunque fare delle precisazioni. La manifestazione è stata, a mio parere, una bella manifestazione. Quello che proprio non è sceso è stato il nome. La libertà di stampa c’è. E tutti quelli che vi hanno partecipato o hanno ragionato su quest’iniziativa, concorderanno nel dire che i giornali, in Italia, hanno anche troppa libertà. Chiunque scrive qualsiasi cosa. Il fatto che ci si dia un nome piuttosto che un’altro, in Italia non è cosa da poco. Per essere recepiti e, perché no, apprezzati, è necessario essere molto chiari nei confronti del pubblico con cui si ha a che fare. Mentre volantinavo per Roma per esempio, il titolo della manifestazione ha fatto si’ che emergessero reazioni del tipo: “Ma andassero a lavorare!”, “Parlano e scrivono già troppo, io ho vissuto durante il fascismo, li’ libertà non ce n’era davvero” e via dicendo. In altre parole, tra gli altri, quello che di questa manifestazione non è stato spiegato ma che, purtroppo andava chiarito (magari assegnando alla manifestazione un altro titolo), è che oggi si manifestava contro l’uso sfrenato della televisione. La televisione e basta fa male a tutti. Soprattutto se poi a gestirla sono uomini poco colti. Fa male a chi non legge i giornali perché di tempo non ne ha e a chi non li legge perché non ne è abituato. Fa male perché non si impara abbastanza, perché molti Tg badano costantemente ai punti di share e s’interessano di marketing pubblicitario piuttosto che d’informazione dal mondo.

Fraintendimenti a parte, quella di oggi è stata una bella manifestazione. Una dimostrazioni del malessere italiano. Basti considerare lo sforzo fisico che è stato necessario affrontare solo per raggiungere Piazza del Popolo in macchina, motorino o a piedi. Basti pensare che per attraversare la piazza invasa da centinaia di persone ci è voluta circa un’ora. “Ma chi me la fa fare” abbiamo pensato tutti. Ma oggi, i motivi per farcela erano tanti. L’informazione, il buon governo, il precariato, l’immigrazione, l’integrazione, l’università, l’opposizione inattiva, il premier, le escort. E chi più ne ha più ne metta. L’Italia è tornata in piazza, si è svegliata e ha capito che l’uso frenetico della televisione uccide il sapere che i bambini acquisiscono tra i banchi di scuola.

Tuttavia, un timore mi soffoca.
Non si puo’ infatti negare che quella di oggi sia stata una manifestazione di denuncia nei confronti del giornalismo di scarsa qualità. Nei confronti di quel giornalismo che non informa ma serve uno/molti padroni. Giornalisti che pavoneggiano sé stessi perché “ci è voluto cosi’ tanto per riuscire nel mio mestiere” ma che ora hanno preferito abbandonare la devozione che li caratterizzava, in cambio di un amico in più.
Oggi, in piazza si chiedeva vera informazione. L’esistenza o meno di libera informazione dipende, infatti, dai giornalisti stessi e dalla loro capacità di non piegarsi alle logiche del marketing. I cronisti questo lo sanno.
Il giornalismo di qualità diceva la Politoskaia è un giornalismo che non ha tessere di partito. Il giornalista racconta i fatti cosi’ come sono. Non aggiunge, non stravolge. Il giornalismo di qualità, e parlo anche di quello televisivo, dovrebbe contribuire alla crescita e alla formazione della cultura politico-sociale di un paese. Ogni pezzo, servizio, racconto, trasmissione insegna il suo perché a chi ne sa un po’ meno. Il giornalista ha un ruolo di responsabilità. Raccontare la verità è la missione, mentre assecondare incondizionatamente e senza riflessioni linee editoriali ostinate e sterili ne danneggia la qualità. Attenersi ai fatti, nonostante la necessità di seguire una linea editoriale è possibile. Richiede solo delle qualità aggiuntive: una buona penna, per potere raccontare la realtà con dolcezza, e una forte consapevolezza del proprio mestiere: la percezione del mondo, dell’Italia e del reale che i cittadini hanno dipende da quanto il loro servizio è accurato, intelligente, prudente e attento a cio’ che davvero merita attenzione.

Variopinta
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