194, una legge spesso disattesa

194, una legge spesso disattesa

Pubblicato su lungotevere.net
gendarmerie
Il servizio sanitario italiano è tra i migliori al mondo, questo lo abbiamo detto. Tuttavia dalla nostra analisi sono emerse delle incongruenze. In questo senso, l’inchiesta dei Radicali, pubblicata in febbraio 2008, insegna: sul 41,2% dei consultori segnalati dal sito del Comune di Roma, il 27,4% non è contattabile telefonicamente, il 13,7% ha un indirizzo sbagliato; il restante 56,8% dei consultori non offre le informazioni né i servizi richiesti, nel 13,7% dei casi gli indirizzi risultano, infatti, sbagliati e nel 15,7% dei casi il ginecologo non c’è (non è di turno, quindi o ci si rivolge ad altri consultori o si aspetta il giorno in cui c’è il medico). Inoltre, i risultati sono ancor meno edificanti se si considera la poca attenzione rivolta all’utenza straniera e l’assenza di materiale tecnico-informativo a favore di quello puramente normativo-descrittivo. Se a ciò si aggiunge che i consultori pubblici sono chiusi nei weekend e festivi, cioè quando servirebbero maggiormente, il quadro è completo.

I consultori della ASL sono stati istituiti con la legge 405 del 26 luglio 1975 e indirettamente con la legge 194 del 1978 all’articolo 3, dove si prevede che essi forniscano assistenza psicologica e sociale alla maternità, che tutelino la salute della donna, che prevengano o promuovano la gravidanza, che divulghino informazioni ed infine, si noti, solo infine, che intervengano in caso di gravidanza indesiderata. Ciò che la 194 sottolinea all’articolo 3 è proprio la loro funzione consultiva. In ogni consultorio familiare dovrebbe essere, infatti, presente uno sportello informativo che fornisca alle ragazze madri tutti gli strumenti a sostegno della maternità previsti dagli Enti e dalle associazioni. In particolare è obbligatorio esporre l’elenco delle Case di accoglienza presenti nel territorio regionale, pubblicizzare ogni forma di finanziamento e sostegno e le modalità per accedere agli stessi. Così come recita l’articolo 2 comma 4, il consultorio deve contribuire “a far superare le cause che potrebbero indurre la donna all’interruzione della gravidanza”. Questo in teoria. Al contrario, nella pratica, la legge 194, viene applicata solo parzialmente e viene accantonata la parte “riflessiva” contenuta nell’articolo 2 della stessa. La leggerezza con la quale gli operatori dei consultori pubblici applicano la loro fede laica e fanno valere il principio dell’autodeterminazione, non lascia scampo alle donne ed è pericolosa tanto quanto l’obiezione di coscienza. Rendendo istantanea, irreversibile e naturale questa personalissima valutazione di interrompere la gravidanza, questa scelta viene completamente delegata alla donna stessa, che in assenza di un “consultorio consultivo”, è libera di scegliere da sola ma in assenza d’alternative. I consultori pubblici, manifestando un’atteggiamento disinvolto sull’argomento aborto, inteso come elemento d’emancipazione, soddisfano la parziale applicazione della legge 194.

Lì dove i consutori pubblici non arrivano a svolgere le loro funzioni, ecco che spuntano come funghi anche i CAV, Centri di Aiuto alla Vita. Ideati nel 1975 dal Movimento Italiano per la Vita con lo scopo di dare assistenza psicologica e sociale alla paternità e alla maternità responsabile, di tutelare la salute della donna e del nascituro e divulgare informazioni idonee a promuovere o prevenire una gravidanza, attraverso l’impegno di parroci, cappellani, suore, gruppi e famiglie. Quello del S.Eugenio, per esempio, è nato sotto la cura del Cappellano Angeloni. “Il movimento per la vita è la mente, il Cav è il braccio – racconta un operatore dell’associazione di lungotevere dei Vallati- sono gruppi di volontari che si riuniscono e occupano funzioni consultive”. Svolgono, quindi, una delle funzioni enumerate dalla legge 405 all’articolo 1 comma 4, dedicate ai consultori. Qui psicologi e psicoterapeuti vi accoglieranno per farvi “ragionare” ma anche per darvi in alcuni casi un aiuto. A Roma, è evidente, ce ne sono pochi perchè “non è un territorio facile”. In provincia, e al nord, lì dove i consultori fanno fatica a farsi valere e dove la promozione alla vita vince sull’aborto, i CAV fioriscono. Ma come i consultori, anche i Cav nascondono delle incoerenze.

La prima sembra essere quella di non saper distinguere la pillola del giorno dopo, un contraccetivo post-coitale e di emergenza, dall’aborto, l’interruzione di una gravidanza già accertata. In questo senso, se la negazione dell’assistenza “pro-aborto” può essere tutelata dall’obiezione di coscienza, la negazione alle pazienti del sostegno pre-aborto non è coperta da questo stesso diritto. Un operatrice del S.Eugenio dice, infatti, che, nel caso le quasi mamme non si convincessero a non abortire, loro non “sono disposti ad aiutarle nel loro intento”. “L’obiezione di coscienza esonera il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie dal compimento delle procedure e delle attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l’interruzione della gravidanza, ma non dall’assistenza antecedente e conseguente all’intervento” (art.9). Donne lasciate sole di nuovo, insomma! Inoltre, la 194 titola cosi: “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza” ma non di tutela del nascituro. Allora, la domanda sorge spontanea: conta di piu la madre o il bambino? Ecco che due visioni opposte si scontrano. Ricapitolando: da una parte i consultori pubblici, che rispecchiano e portano avanti una visione estremamente laica che esaspera l’aborto come presupposto essenziale dell’emancipazione femminile e che quindi pone l’accento sulla madre, dall’altra, i Cav, che totalmente a favore della tutela del benessere di un bambino non ancora nato, esautorano la legge del suo valore, in nome di una confessione religiosa, che non è religione di stato. In Italia, quindi, il dualismo madre-figlio è estremo: se da una parte i Cav accusano di diritto le strutture pubbliche di non rendere giustizia alla completa applicazione della legge 194, dall’altra ne stravolgono il senso in favore della “preferenze per le nascite”, dimenticando che la legge parla di donne e non di nascituri e concependo l’aborto come una pura forma di egoismo.

Questo viaggio-inchiesta si conclude qui, persuasi del fatto che l’aborto non richieda un’altra legge 194 che lo regolamenti. La normativa, infatti, non è da riformare ma semplicemente da applicare nella sua totaltà.

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