Lettera aperta ai giovani del Pd

Lettera aperta ai giovani del Pd

Ho letto l’articolo di Furio Colombo pubblicato sul Fatto del 1 ottobre. Esprimeva le sue fondate preoccupazioni per il futuro del Partito democratico. Scriveva, a ragione, che l’attacco di Filippo Penati al segretario dem «è un gesto politicamente stupido», un’aggressione. Colombo, che al Pd ci tiene, suggerisce nel suo articolo che, per il bene di tutti, questo non è il momento opportuno per alzare polemiche. «Lo smantellamento del tetto» di una casa appena costruita, scriveva saggiamente, è «un atto di vandalismo» che non porterà benefici per nessuno.

Una svista irresponsabile quella di Penati di cui si sarà già pentito. Lo stesso errore fatale che spesso ha dominato le logiche delle federazioni giovanili. Mentre il Pd nasceva all’insegna dei buoni propositi, il susseguirsi di questi disonesti strafalcioni ha forgiato i meccanismi della Sinistra Giovanile, tramutandola in un mero contenitore “acchiappa voti”. Al disorientamento iniziale, al catastrofismo sfrenato e al qualunquismo che regnavano sovrani tra le nuove generazioni, durante la formazione dell’apparato giovanile del Pd si è materializzata l’anti-politica, quella che si nutre di raccomandazioni, direttive, prese di posizione suggerite dal Partito e, soprattutto, dicerie.

Giovani furbi in gamba si sono uniti a giovani sprovveduti, ipnotizzati dal luccichio del potere. Con leggerezza, sono piovuti dal cielo incarichi di partito e nomine “speciali” che hanno contribuito a forgiare la prassi del lobbysmo anche tra i più giovani. In un istante la Sinistra Giovanile si è tramutata nell’arena in cui si scontravano all’ultimo sangue i bersaniani, i dalemiani e i veltroniani. La competizione per la segreteria e per l’assegnazione delle cariche di partito è stata, infatti, fraintesa ed è stata, anzi, interpretata da gran parte dei dirigenti della giovanile come un modo per creare consenso intorno al proprio nome, accrescendo il proprio prestigio di fronte ai “capi” e screditando gli avversari. Quella che per Penati è stata una svista, nella SG è, sfortunatamente, stata una regola di condotta. Così pratiche insane e dinamiche letali hanno cominciato a regnare nelle federazioni, erodendone lo spirito per cui erano nate.
Migliaia le iniziative, in cui il simbolo ha significato più delle idee, il leader più del partito. Ogni congresso si tramutava in un occasione per fare carriera, raccomandazioni di buon voto piovevano dal cielo, ad attenderti telefonate inaspettate dai municipi e frenetiche richieste di sostegno elettorale. Cravatte strette, comizi elettorali, salotti, telefonate di favore, indicazioni dall’alto. “Fare le tessere”, era la missione.

Scrivo queste righe perché perché tra dieci anni molti di coloro che oggi militano nelle federazioni giovanili, occuperanno un posto al parlamento e decideranno della politica del paese. Perché per fare meglio di quello che è stato fatto è necessario volerlo fare fin da subito. Perché ripetere gli errori che già sono stati commessi è pericoloso. Perché la “generazione delle primarie”, durante l’incontro tenutosi a Roma, ha urlato a gran voce l’intenzione di smettere con i clientelismi della Giovanile, ripartendo, invece, da quel marcio che è stato e fare meglio, per vincere. Vincere sui luoghi comuni che persuadono ma non convincono, vincere nei licei e nelle università. L’ora di guardarsi in faccia e valutare quello che non è stato fatto, riappropriandosi dell’onestà intellettuale necessaria a mutare le parole, che piacciono tanto, in fatti concreti.

Proprio ora, che il partito è ancora lento, liberiamo l’entusiasmo, smentiamo i pregiudizi che gravano sul ceto politico. Diventiamo classe dirigente, facendo meglio di quello che è stato abbandonando i fanatismi che per anni hanno annientato il positivo sviluppo delle federazioni giovanili. Non più prese di posizione aprioristiche, bersaniani, veltroniani e d’alemiani. Senza memoria sarà più facile abbandonare le maschere dell’arroganza e riprovare ad immaginare cosa potrebbe essere.
Senza ripetere l’errore di Penati, quello stesso passo falso che spesso ha compromesso l’unità del centro-sinistra, senza sprofondare nel clanismo sfrenato perché il “noi” e “voi” ha creato attrito tra i giovani, stallo, inattività. Chi combatte il proprio amico, fa un favore al nemico ed è questo il Pd pericoloso, il Pd di cui Colombo si è accorto, quel Pd su cui grava l’antagonismo dei partecipanti che potrebbe dissolvere l’illusione di un centro-sinistra che governi.
Un partito complesso richiede procedure semplici e trasparenti, ma richiede anche uno sforzo in più: cercare di essere leali.

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