La Spd si butta a sinistra

La Spd si butta a sinistra

Parla Michael Braun, corrispondente in Italia del quotidiano tedesco Die Tageszeitung, membro dell’Spd: “Perché il Partito deve tornare ad occupare la sua posizione storica”

A quasi sette settimane dalla débâcle subita alle elezioni del 27 settembre, la Spd ha convocato i 525 delegati al Congresso nazionale dei socialdemocratici tedeschi per eleggere i nuovi vertici. Tra i leader Sigmar Gabriel, ex ministro dell’ambiente ora eletto alla presidenza del Partito e Andrea Nahles, già ex vicepresidente Spd e ora segretario generale. Del comitato direttivo l’ex ministro del lavoro Olaf Sholz, il sindaco di Berlino Klaus Wowereit, il presidente della Spd del Nordreno Vestfalia Hannelore Kraft e il ministro per gli Affari sociali del Meclenburgo, Manuela Schwesig. La crisi economica, l’Agenda 2010 e il pacchetto riforme presentato nel giugno 2003 dal governo Schröder, la battaglia alla disoccupazione, la voglia di sinistra e i dubbi sulla Grosse Koalition rosso-verde guidata da Angela Merkel, l’avvicinamento alla Die Linke e la crisi della socialdemocrazia in Europa. L’ora dell’autocritica è arrivata.

1) Crollo dei consensi al 21 per cento, crisi di fiducia, scesa al livello più basso dal Dopoguerra. La sconfitta del Partito Socialdemocratico dello scorso 27 settembre in Germania è stata pesante. Una “punizione” per aver governato con il centro-destra?

Si, ma non solo. Da una parte infatti il merito, se di merito si può parlare, della sconfitta della Spd è da assegnare ad Angela Merkel. È lei che è stata abile a spostarsi verso il centro, a rendere le sue politiche progressiste, a “piacere” anche ad una parte dell’elettorato dell’Spd. Dall’altra, sulla sconfitta del Partito pesa l’assenza di un uomo come Shröeder sapesse fare campagna elettorale e caratterizzare le politiche del proprio governo per “espiare” tale colpa. Nel 2005 solo lui c’è riuscito, inaugurando nuove riforma, come l’Agenda 2010 sulla disoccupazione.

2) In altre parole si può dire che il collasso delle banche e delle borse, la recessione globale che ha attraversato e continua ad attraversare il mondo, non hanno portato consenso per i partiti di centro sinistra europei, quei movimenti che cioè potevano prendere le distanza dal capitalismo sregolato?

I partiti di centro-destra hanno saputo fare abile uso della crisi e darle una risposta valida. La Merkel è stata brava a chiedere un ripensamento dei meccanismi del mercato. I progressisti dicevano la stessa cosa. Hanno capito che bisognava ripensare la relazione tra stato e cittadino, tra stato e mercato: ma non hanno ancora deciso come.

3) L’Agenda prevedeva misure speciali: indennità e sussidi di disoccupazione, sussidi sociale, protezione dal licenziamento, formazione. Un pacchetto di riforme che a quanto pare però non è bastato. Il 25 per cento dei disoccupati ha infatti votato altrove…

La Die Linke ha sfondato tra disoccupati, studenti e sindacati. Ha perso nei grandi centri urbani che furono storicamente i suoi capisaldi e anche ad ovest, terra tradizionalmente socialdemocratica. Si pensi che in Baviera ha superato il 5 per cento. Questo perché la Spd non è riuscita a trovare un legame tra le riforma contenute nell’Agenda e il calo della disoccupazione. Quelle riforme non sono mai state davvero applicate alla situazione reale. Anzi, su certi temi (la crisi economica e la disoccupazione), la risposta della Spd è stata molto simile a quella della Cdu della Merkel. La Bundeskanzlerin e l’allora ministro delle finanze Peer Steinbrueck (Spd) hanno invece scelto di continuare con la strada degli aiuti di stato. Per dirla con le parole della cancelliera, quella fu “la decisione migliore per salvaguardare l’occupazione” .

4) A proposito di Die Linke. L’ambasciatore di Germa¬nia in Italia riferiva al Corriere della Sera che in Germania, “i so¬cialdemocratici devono reinventarsi». In effetti, dal dibattito al Congresso sembra tiri un’aria nuova, nonostante la disfatta. La Spd apre a sinistra-sinistra?

L’Spd è già tornata a fare qualcosa di sinistra. È tornata a chiedere la patrimoniale, una cosa che per anni non aveva fatto. Ad ogni modo sì, le linee guida emerse da questo Congresso sembrano essere cambiate. Non si escludono più le alleanze a priori e un riorientamento è possibile. La sfida però in questo momento è un’altra. Il “tutto al centro” non ha pagato e la Spd in questo Congresso ha capito che deve tornare ad occupare la sua funzione storica, ricordarsi da dove viene, smettere di considerare lo stato sociale come un vecchio arnese e tornare a parlare ai lavoratori e ai sindacati. Gli elettorati delle socialdemocrazie del mondo hanno una base molto simile. Con il Pd, prima che si tenessero le primarie, qualche tempo, fa si era aperto un dibattito simile, tutt’ora attuale. Con Bersani per esempio l’elettorato ha parlato chiaro: tra i socialdemocratici c’è voglia di riscoprire la sinistra.

Giulia Cerino

4 thoughts on “La Spd si butta a sinistra

  1. spero che la strada sia quella, ma già oggi sentivo che pd e idv litigavano per la partecipazione o meno al no-b-day. Riuscirà mai ad andare d’accordo l’intera sinistra, riuscirà mai a dare quella idea di solidità, indispensabile per avere una forte maggioranza e poter governare?

    1. Caro Enrico, a mio parere, l’intera sinistra non puo’ e forse non deve andare tutta d’accordo. Piuttosto, quello che credo Braun cercasse di dire è che per governare, per dare quell’idea di solidità di cui anche tu parli, è necessario avere un programma definito. Il tutto al centro, dice Braun, in Germania non ha pagato e l’Spd è tornata a casa. Dalla sua analisi quindi, Bersani è uscito vincitore dallo scontro congressuale perché più “autentico”, nel senso di più identificabile. Ora, a prescindere dai colori politici, credo che questa regola debba valere in generale per tutti i partiti.
      La riflessione che sollevo è: sarà giusto, per tornare a governare, che i partiti di sinistra “rinneghino” le propire radici, spostandosi più al centro, alla ricerca di maggiori consensi? E se per tornare a governare questa fosse l’unica alternativa, quanto di giusto ci sarebbe?

  2. Cara Giulia, sono molto d’accordo sulla necessità di avere un programma ben definito e convengo anche sul fatto che in linea di principio non si debba andare tutti d’accordo, perché il pluralismo di idee è il sale di una sana democrazia (insomma il contrario di ciò che avviene dall’altra parte, dove uno decide e gli altri eseguono, convinti che prima o poi una fetta della torta arrivi anche a loro). Tuttavia quello che mi perplime è il recupero delle radici di cui parli tu. Cerco di spiegarmi. Purtroppo la “sinistra” spesso è caduta proprio a causa di coloro che, anche in maniera onesta, volevano recuperare tali radici, dichiarandosi “duri e puri”, non accettando il dialogo, preferendo vedere un centro-destra al potere, piuttosto che veder deluse le proprie aspettative e magari aspettare le proprie seppur piccole vittorie. Politica è mettersi d’accordo per governare secondo programmi condivisi dalla più grande maggioranza possibile delle persone. Ciò significa anche sapere che alcune scelte non saranno condivise da tutti, ma saranno comunque accettate all’interno di un cambiamento sociale in cui si pensa che la propria società progredirà. E qua ritorno al punto di partenza che hai giustamente sottolineato tu: avere un programma definito, con idee chiare da trasformare in prassi. E rispettarlo. A pensarci bene non è neanche più questione di quali partiti e quali persone mandare al governo, ma di quali politiche concrete bisogna attuare per migliorare il paese. Il No-B-Day ad esempio non dovrà avere alcuna paternità partitica: saranno le persone a manifestare liberamente il dissenso più che verso una persona (poi vabbeh, il caso italiano è eccezionale), verso le politiche che tale persona, attraverso i suoi ministri e il suo governo, ha attuato in questi anni. A me dava fastidio Mastella nel governo Prodi, ne avrei fatto molto volentieri a meno, ma se questo poteva permettere che nel frattempo si facessero politiche più vicine ai miei valori lo accettavo anche…guarda oggi il prezzo che stiamo pagando…

    1. Non parliamo di no B-day…
      di cose ce ne sarebbero molte, da dire… Per esempio, la piattaforma programmatica l’hai letta? Stando a quanto scritto, la manifestazione non sarà riduttivamente come hanno fatto credere un no B-day. In teoria ci sarà di più, si manifesterà per tutte le politiche del governo che non vanno, come dicevi tu e non solo contro B. Ci risiamo, un’altra volta il nome della manifestazione (come per la manifestazione della lbertà di stampa) è sbagliato. Un no B-day cosa comunica? Non di certo la questione della privatizzazione dell’acqua. Sono d’accordo con te nel dire che, senza contenuti e programmi, e con un “nome sbagliato” non vale neanche la pena che il partito vada a mettere il cappello sulla manifestazione..

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