Uganda, anti-homosexuality act

Uganda, anti-homosexuality act

L’Uganda ha proposto una legge che ora dovrà passare al vaglio della Camera: l’”Anti-Homosexuality Bill”. In altre parole, una legge che proibisce qualsiasi forma di omosessualità. Violarla significherebbe finire in galera o, in certi casi, anche perdere la vita.

Essere gay in Uganda, significa essere malati, pazzi, sporchi e volti alla promiscuità. Significa non avere rispetto per la famiglia. Quella creata da Dio per gli uomini. Eterosessuali.

Si dice che l’Africa sia regno di costumi, di libertà, e vizi. In realtà, i paesi africani dove l’omosessualità è reato sono moltissimi. Angola, Benin, Botswana, Burundi, Camerun, Kenya, Lesotho, Malawi, Zimbabwe e Uganda sono tutti paesi africani dove l’omosessualità si combatte, come una malattia.

In Uganda, però, la storia è un po’ diversa. Di più degli altri paesi qui c’è la presenza degli stranieri. Dei missionari occidentali, decisi a difendere le sacre scritture. Decisi a combattere il dilagante germe dell’omosessualità. Già durante l’amministrazione Bush, per esempio, gli ufficiali americani versarono milioni di dollari a favore di programmi destinati a spingere la popolazione verso l’astinenza sessuale o destinati alla propagazione dei valori della famiglia e contro quelli, ritenuti illeciti, dell’amore omosessuale. Allo stesso tempo, l’Uganda diventava la calamita di molti gruppi evangelici americani. Tra cui anche alcune personalità molto note, che recentemente sono passati di lì.

Un mese fa, in Uganda si tenne una conferenza. Il tema centrale dell’incontro:”Come cambiare le persone da omosessuali a eterosessuali, come i gay spesso sodomizzano i teenager e come il movimento gay è cosa malvagia, destinato cioè a sconfiggere i matrimoni basati sulla famiglia e a rimpiazzarli con una cultura di promiscuità sessuale”. A parlarne tre esperti. Americani. Scott Lively, un missionario che ha scritto molti libri contro l’omosessualità, Caleb Lee Brundidge, e Don Schmierer, membro dell’Exodus International, che, dopo esser stato accusato di aver contribuito alla costruzione dell’Anti-homosexuality Act, un documento impregnato di odio, è dovuto uscire allo scoperto. Il reverendo Rick Warren, uno dei leader evangelici più prominenti del secolo attuale, ha smentito tutto. Il documento non sarebbe “il risultato di politiche discriminatorie e frasi azzardate nei confronti degli omosessuali”. Sarà, ma da alcune indiscrezioni emerge che, durante la conferenza, il reverendo e i due colleghi hanno paragonato l’omosessualità alla pedofilia…

“Camminiamo per strada sapendo che in ogni momento qualcuno potrebbe scoprire il nostro orientamento sessuale”, confessa al NewYorkTime Stosh Mugisha, una donna che vorrebbe diventare uomo. “Siamo costretti a nasconderci. Se qualcuno scoprisse qualcosa non ci rimarrebbe più niente”.

Quello che si sta sviluppando in Uganda non è un mero sentimento anti-gay. C’è di più. In questo caso, è il governo, sono le istituzioni a rendere le cose più difficili. E a non lasciare agli omosessuali alcuna via di scampo. Quello che di differente c’è in Uganda, è il livello ufficiale. E’ il governo a sponsorizzare l’odio anti-gay. “Detesto i gay sulla mia terra”, dice Kassiano E. Wadri, membro del Parlamento e capo dell’opposizione. “Quando vedo un gay, penso che abbia bisogno di una psicoterapia”. Così agli omosessuali non resta che giacere nell’ombra. Ben nascosti. Uscire allo scoperto vorrebbe dire perdere il lavoro. Dichiarare la propria omosessualità significherebbe perdere tutto. E anche cercare l’amore è impossibile perché, dice un giovane, “non si sa mai di chi ci si può fidare”.

Anche la comunità internazionale si è pronunciata. Dure condanne e accuse da tutto l’occidente. La legge contro gli omosessuali viola i diritti umani. In prima fila nella battaglia, gli Stati Uniti, che chiedono da giorni che l’Uganda abbandoni i suoi intenti. La risposta è arrivata dal ministro dell’etica e dell’integrità che non ha esitato a ribadire: “Gli omosessuali possono anche scordarsi dei diritti umani”.
L’Uganda farebbe bene a non tirar troppo la corda. Gli stati del mondo lo osservano. Il rischio è che a furia di tirare, l’occidente condanni queste violazioni tagliando finanziamenti a sostegno dei progetti di sviluppo e cooperazione e rompendo i contatti diplomatici. Il che rappresenterebbe un duro colpo per il piccolo paese e i suoi abitanti.

Giulia Cerino

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