Scarpe, documenti, borse ancora piene. Rosarno, non restano che i ricordi

Scarpe, documenti, borse ancora piene. Rosarno, non restano che i ricordi

E’ finito tutto. La guerriglia, la manifestazione. Piove a Rosarno e mentre cade la pioggia, la terra mischiata alle macerie della ex fabbrica della Rognetta, da poco demolita, crea cumuli di fanghigli qui e là. Dei giorni appena terminati non resta niente. Ora nell’ex fabbrica adibita alla trasformazione delle arance, ci sono le gru dei vigili del fuoco, qualche camionetta della polizia, delle macchine parcheggiate. Ci sono scarpe, sciarpe, stivali, documenti, borse, biciclette, pentole, stracci, lenzuola. Ricordi dei giorni passati. Rimarranno lì, finché la protezione civile non deciderà cosa farne: riciclarle, metterle da parte e aspettare che ognuno torni a prendere ciò che gli spetta, o bruciare tutto perché, come spiega qualcuno, “quegli oggetti, quei vestiti sono pieni di batteri, potrebbero causare malattie”.
Lunedì per strada c’erano solo i rosarnesi. C’erano i giornalisti, c’era la polizia. Ma gli immigrati sembrano essere spariti nel nulla. Qualcuno in paese vocifera: “Sono vent’anni che non vedevo Rosarno così. Vuota. Senza nemmeno un immigrato per strada”. Adesso, chiedo in giro, chi raccoglierà le arance? “La stagione è finita” – mi spiega la signora M. che mi prega di non rivelare il nome perché altrimenti “dovrò fare i conti con i miei parenti”. Quello che avverrà l’anno prossimo per ora non si sa. Il paese si organizzerà diversamente. Il popolo nero forse tornerà e chissà magari, in paese, sarà come se non fosse successo niente. Forse invece le arance non le raccoglierà più nessuno: “Noi un lavoro così duro per così pochi soldi, non lo facciamo neanche morti” racconta Gabriele, 23 anni e appena tornato dal servizio militare. Chi raccoglierà le arance? “Nessuno. Costa meno importarle dall’estero, costa meno lasciarle sugli alberi che pagare qualcuno per raccoglierle”. Mimma forse ha ragione. Nei supermercati di Rosarno, infatti, sulle arance in vendita sono attaccati bollni blu. Bollini firmati israele. Le arance di Rosarno, quelle che si vendono dal fruttivendolo, quelle che i neri raccolgono e che i rosarnesi lasciano sugli alberi, vengono da dall’estero.
La leggenda racconta che nella valle di Gioia Tauro “le arance sfamano il popolo, permettono agli agricoltori di sopravvivere, sono una delle ricchezze della zona”. Sarà, ma a pochi passi dalla Rognetta e dall’ex Opera Sila, l’altra fabbrica nella quale trovavano riparo gli immigrati, le arance non sono ancora state raccolte. Non sono mai state raccolte. Per farla semplice, “secondo i dati Imps, a Rosarno vivono circa 1500 lavoratori agicoli. In base a queste cifre, l’Unione europea fornisce i sussidi di disoccupazione a quanti dichiarano di possedere dei terreni, di vivere di raccolta o di agricoltura, in generale. Invece – spiega dettagliatamente Elisabetta Della Corte, ricercatrice in sociologia economica – di tutti i produttori di arance dichiarati, forse solo il 30 per cento lo è davvero”.
Si spiega meglio: “Qui non siamo in Trentino. Lì i neri lavorano e sono in regola grazie alla racolta delle mele. Grazie al sistema delle quote ideato dalle regioni e dall’Unione europea. Tu dichiari di aver bisogno di manodopera per raccogliere i frutti del tuo lavoro e le istituzioni ti offrono, giustamente, dei sussidi economici. Nella valle di Gioia Tauro, invece, succede il contrario: i finti agricoltori dichiarano di portare avanti delle attività ma, in realtà, non lo fanno. Così gli immigrati restano a casa perché le arance non verranno mai raccolte mentre i rosarnesi si beccano i sussidi che in realtà servirebbero per regolarizzare e sfamare gli immigrati”.
Una storia vecchia. Il famoso “business delle arance” lo raccontava bene Antonello Mangano in un libro più di un anno fa. Raccontava la Calabria. La storia dei rosarnesi, abituati a fare affari in ogni modo. Anche di fronte alla disperazione. Loro e altrui.
“Gli immigrati torneranno”, dice qualcuno. Forse non sono ancora partiti tutti e si nascondo alla stazione o nelle baracche mimetizzate tra gli ulivi delle contrade, perché, suggerisce Beppe, 43 anni, muratore, “molti aspettano ancora i salari”. Circa 1500 euro ciascuno per tre mesi di lavoro, non ancora saldati. Scende il buio in paese. La manifestazione pacifica organizzata dai locali è ormai finita. Si torna a casa, ognuno nella propria casa. I giorni della guerriglia sono alle spalle. Le fabbriche verranno presto demolite del tutto. Lo chiede il popolo di Rosarno e lo chiedono le autorità, di dimenticare. Di dimenticarli.

Giulia Cerino

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