Ho la giarrettiera e faccio la giornalista

Ho la giarrettiera e faccio la giornalista


Scrivo per i giornali e vorrei continuare a farlo. Vorrei diventasse IL lavoro della mia vita, quello che dà da vivere. Vado in redazione, riempio documenti word. Parlo con le persone, cerco, scruto. Le scopro, scopro l’Italia, scopro me stessa. I limiti, i difetti. I pregi. Mi sveglio la mattina, a volte arrabbiata perché qualcosa è andato storto la sera prima. Mi preoccupo del domani perché voglio continuare a fare il lavoro che faccio ma io, al contrario dei miei coetanei europei, ho paura di non riuscire a farcela. Ho paura perché oltre al mio lavoro, vorrei fare la donna, la mamma. Tradotto, voglio una famiglia, un giorno, dei figli e una casa, mia. Faccio la donna e penso da donna. Ma non lo sono, nel senso che non ho né una famiglia, né dei figli né una casa, mia. E se voglio continuare a fare la giornalista, penso a volte, forse non potrò diventare “donna” ancora a lungo.

Un giorno poi però, un po’ per caso, ha incontrato Giacomo. Un mio amico giornalista. Parliamo, parliamo, parliamo. Di giornali, di persone, di giornalisti. Mi racconta delle feste mondane, tipo quelle che fanno nelle “case romane con attico in centro a Roma”. Di quelle dove “si conosce gente e si fanno cose”, per dirla con Nanni Moretti. Mi dice che tante sue colleghe giornaliste hanno fatto carriera distribuendo favori “un po’ qui un po’ li”: ai direttori, capiservizio, vice-capi redattori, collaboratori, editori. Mi fa qualche nome, mi racconta che se “sei brava in quel modo sfondi”. Mentre se non sei poi così brava a scrivere “comunque un posticino te lo danno”. Non mi trattengo. Tento di mantenere il controllo ma divento rossa in volto. Rifletto sulla mia condizione. E mi infurio pensando che con qualche escamotages in più potrei stare tranquilla di riuscire a fare quello che voglio fare. Senza poi faticare più di tanto. Ma io, testarda, decido di difendere la categoria e di negare tutto con Giacomo. Gli dico che una cosa così non la faremmo mai, noi farfalle, perché “la nostra professionalità ne risentirebbe”, penso.

Ci salutiamo, prendo il motorino. Torno a casa. Mi stendo sul letto. Rifletto. Di chi è la colpa? Delle donne. Usare il proprio corpo per raggiungere i propri obiettivi. Emancipazione o condanna? Se provassimo a fare un passo indietro, uscendo dai nostri corpi sinuosi. Cosa vedremmo? Osserviamoli dal di fuori. Care farfalle, abbiamo forse varcato la soglia? Qualcuna di noi sicuramente sì. Le donne hanno fascino. Ci sanno fare. Un’arma a doppio taglio di cui noi però noi dobbiamo poter possedere il “manico”. Declinato nel mio caso specifico, ci è voluta una laurea in scienze politiche, due dei tre anni dell’università all’estero, tre lingue, il tesserino da giornalista e tante collaborazioni pagate e non, per arrivare a togliermi qualche soddisfazione. Possibile che la minigonna produca più effetti della mia “sapienza”?

Governare il proprio fascino per raggiungere obiettivi. Ma senza svilire il nostro essere “padrone” delle potenzialità che il nostro sesso custodisce. “Io sono mia”, dicevano anni fa. E’ così tutt’ora, o quel che ne resta è solo un’illusione? La libertà di essere una buona giornalista e di avere la minigonna, le calze a rete, i tacchi alti. Ribellarsi significa questo. Significa poter mantenere la propria femminilità, usare la giarrettiera ma essere rispettate. Noi, farfalle. “Ribellule” che si ribellano. L’Italia è donna perché le donne tramandano la cultura ai propri figli. Perché le “donne lo sanno”, perché le donne possono imparare a stare sole. Ma hanno infinitamente bisogno degli uomini.

Trovare la giusta misura tra il nostro essere “emozionate” e l’essere rispettate. Questa è la sfida. E non ci sono quote rosa che tengano. La politica può minimizzare il peggio, apporre qualche “pezza” o rendere più evidente la situazione attuale. Ma il passaggio deve essere caratteriale. Siamo noi che dobbiamo “saltare”. Che compito arduo e scomodo che ci è stato riservato! Ancor più arduo ogni qualvolta qualcuno in un partito ti dice : “Vuoi fare la coordinatrice donne del municipio?”. Ok rispondo, che devo fare? Non ti preoccupare tu. Te lo diciamo noi”. Un compito scomodo. Perché? Roberto Saviano, l’avete presente? Bruttino, direi io. Ma quanti commenti sul suo aspetto fisico, sul suo abbigliamento, sulle sue scarpe o sulle occhiaie avete sentito? Uno, due forse. E se Saviano fosse donna? Basti pensare a Carlà, sulle copertine dei tabloid al posto del marito, il presidente della Repubblica francese. Basti pensare a Rosy Bindi e ai “complimenti” ricevuti recentemente. “Lei è più intelligente che bella”, diceva Mister B. Che voleva dire? “Non puoi essere bella e intelligente”. Per farsi rispettare le donne, devono andare in guerra. Farsi rapire, morire ammazzate come Ilaria Alpi. Perché per fare i lavori degli uomini bisogna spesso “portare” i pantaloni. Per mantenere quella distanza utile a non farti “fraintendere”, bisogna rinunciare alla propria femminilità. O almeno, così ci fanno credere si debba fare. Ecco, questa è la discriminazione “trasparente” che vive e vegeta tra uomini e donne. Ecco, questa è la logica che corre tra le righe dei contratti a tempo, del welfare maschile, dei datori di lavoro, degli asili nido, dei bonus maternità. I diritti sono maschi e per conquistarli bisogna fare gli uomini. Quindi, cara farfalla, corri per raggiungere i tuoi obiettivi ma, ti prego, non cedere ai compromessi. Piuttosto mantieni le ali ben aperte, ribellulati, e sii femmina. Perché, ormai lo sai, per urlare al mondo che l’Italia è femmina tocca fare da sole. Chiedere agli uomini di farlo per noi e con noi, non basta più.

3 thoughts on “Ho la giarrettiera e faccio la giornalista

  1. Secomndo me ste cose succedono sempre. cmq non credo tu ne abbia bisogno. mi sembri brava parecchio io conosco queste cose e fidati non è solo nel giornalismo, poi certo non è sempre cosi. generalizzare non fa bene.. credo pero che sia vero, le donne hanno sicuramente più fatica. e faranno fatica per sempre. basta pensare ai dolori che hanno una volta al mese.. e per questo che quando una donna riesce va più avanti dell’uomo..

  2. emozionante. e sì,mi emozioni quasi quanto mi emoziono io delle cose scritte da me quando le rileggo:) !!
    Penso inizi tutto da quando si è piccole. è da quando si è piccole che si impara ad usare il corpo per affermarsi nel gruppo. da quando si è piccole,le ragazze “lottano”,diciamo così,contro parole,battute,prese in giro,da parte dei maschietti… e si demoralizzano,alcune,e stai sicura che da quel momento,il tempo davanti allo specchio aumenterà notevolmente,e l’autostima crollerà rapidamente,e ciò che prima vedevano, diciamo particolare,diventerà diverso,strano,non adatto. e allora velocemente per non perdere il posto nel famoso gruppo di cui parlavo prima,compreranno pantaloni sempre più stretti,occhiali sempre più grandi ,vestiti dei soliti colori e le solite scarpe…frequenteranno i soliti posti e …. e svenderanno il loro corpo, così a 14,così a 18,e testato che il posto che tanto desideravi, in questo modo sei riuscito a conquistarlo e che poi alla fin fine “mica si vive male”,continueranno ad essere così ,a svendersi, a sottovalutarsi ,anche nel mondo dell’università e da lavoro. perchè? perchè così è tutto molto più semplice e veloce! ecco allora le donne,le farfalle di cui parli tu,che tanto farfalle non definirei,visto che di volare non volano più. manca loro la spinta( la polverina sulle ali) che qualcuno ormai gli ha tolto,e lo sappiamo una volta tolta la polverina dalle ali le farfalle muoiono.
    NOTARE BENE: queste donne CRESCONO altre donne,che come potranno diventare?
    ROTOLIAMO.

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