Co-wo. Uffici in rete per free lance

Co-wo. Uffici in rete per free lance

Qualche scrivania ancora libera, un proiettore, tre librerie di legno e la sala dei computer. Seduto alla sua postazione lavora Tago, programmatore, 24 anni, che non ha un ufficio privato. La sua attività si svolge in un garage-studio nel cuore di Madrid: uno spazio di lavoro condiviso da altri 10 free-lance che, come lui, utilizzano le postazioni comuni per un costo calcolato in funzione del numero di ore al mese che scelgono di passarvi. In altre parole, pagano solo il tempo che “affittano”. Scrivanie, stampanti e cartoleria sono offerte dall’organizzazione. Mentre il “di più” si compra con i soldi del portafoglio comune. Perché, in tempo di crisi, dividere le spese conviene.

Fatti apposta per i lavoratori “eremiti”, gli Hub o Loft o Studio, a seconda della lingua e del Paese, sono già 62 in Europa, 5 in Cina, 9 in Sudamerica e oltre 100 negli Stati Uniti. Da Amsterdam a Bombay, passando per Toronto, Madrid, Milano e Roma. Il fenomeno è ormai diffuso. Non come i tradizionali studi associati, o affittacamere. Nei co-working si può stare un anno, un giorno o un’ora. Si può entrare in contatto con competenze eterogenee e dare vita a progetti comuni.

Sorto sulla scia di un modello internettiano del lavoro lanciato da liberi professionisti, l’Hub offre la formula “coabitare per collaborare”, come spiega El Pais. Sì, perché oltre alla mera opportunità di mercato, Hub Madrid e Loft to Work, due reti di cowo spagnole, hanno inaugurato

una nuova tendenza. “Si tratta di riunire dei lavoratori indipendenti in uno spazio di lavoro condiviso per favorire la collaborazione e lo scambio di talenti ed idee”, spiegano dall’assemblea dei membri dell’Hub. Ogni cowo è comunque libero di scegliere come caratterizzarsi. Nel Loft to Work, per esempio, “i collaboratori si presentano spontaneamente”,  spiegano. “Noi non organizziamo progetti comuni ma siamo come un’agenzia. Mettiamo in contatto le persone”. Nell’Hub madrileno si tiene conto anche delle pause ricreative con uno spazio attrezzato per la cucina e il bar, tenendo conto che spesso le idee migliori e le conversazioni più stimolanti nascono durante un pranzo informale. Al Cubes and Crayons di Menlo Park, California, zona in cui la popolazione è formata in buona parte da donne free lance, il pacchetto comprende un settore “nido” per le mamme in carriera. Altri Hub invece non possiedono neanche una sede fisica e non hanno orari. I lavoratori si riuniscono all’interno di internet café o case private.

La rete di coworking italiano, “Cowo”, è nata il 20 febbraio del 2009 e conta 39 spazi affiliati in 21 città: da Bologna, a Corato (Bari), Treviso, Roma, Milano e Desio (Monza), città in cui è stato inaugurato proprio in questi giorni l’ultimo ufficio condiviso. Quello della capitale è un ecosistema unico, nuovo e nel centro della città. A pochi metri da piazza del Popolo, l’open space di 100 mq è ospitato negli uffici della cooperativa editoriale Moving Produzioni. All’interno c’è una sala di posa fotografica, una libreria comune, il fax, la stampante, e il flipper. Massimo Carraro – fondatore della rete italiana e ora a capo di un cowo a Milano, il MonkeyBusiness – racconta come nella sua agenzia pubblicitaria ci fosse “un surplus di spazio”. “Navigando in rete abbiamo trovato diversi riferimenti al cowo ed abbiamo pensato: perché non proviamo anche noi?”.Un modo per unire l’utile al dilettevole: “Avere persone interessanti in ufficio, ed anche qualcuno con cui condividere le spese”.

I membri degli Hub hanno profili creativi differenti. Alcuni sono paesaggisti, fotografi, grafici. Altri architetti, consulenti d’impresa, attivisti politici, scrittori. Fino ai designer di barche da competizione o ai dipendenti di aziende estere. Profili diversi con qualosa in comune. Una nuova e moderna idea di lavoro.

Intervistato sul blog di co-working Milano, Davide Tagliapietra, free lance, ha raccontato di come fosse riuscito a trovare “una postazione di lavoro flessibile grazie alla quale adattare le mie esigenze di mese in mese. Una duttilità che è difficile da trovare all’esterno”. E anche le tariffe sono variabili. Un’iscrizione mensile con accesso internet illimitato all’Hub di Londra costa 295 sterline (circa 355 euro), mentre al Rootspace di Beirut una postazione di euro ne costa 60. Al MonkeyBusiness di Milano invece l’affitto mensile per una scrivania è di 200 euro, ma sono previsti anche forfait settimanali o giornalieri.

A metà strada tra una casa, un internet café e l’ufficio vecchio stile, gli Hub rappresentano un modo economico di lavorare da liberi professionisti in tempo di crisi e fanno spazio a una concezione in “web” del lavoro che stimola la condivisione di talenti, idee e contatti professionali. Una caratteristica del lavoro del futuro indispensabile per tentare di sanare le lacune prodotte dalla precarietà e soddisfare le esigenze delle nuove generazioni, già abituate alle reti virtuali.

3 thoughts on “Co-wo. Uffici in rete per free lance

  1. Ciao Giulia, scusa la pignoleria. Mi occupo dello start up di un hub a roma. Ho letto l’articolo in home page di repubblica.it e mi è stato successivamente segnalato. Capisco l’opportunità di scrivere un pezzo sul coworking, ma mi sembra opportuno precisare almeno un paio di cose su questa pagina. The Hub è prima di tutto un network di spazi per l’innovazione sociale che certamente utilizzano la modalità del coworking; pertanto il coworking è solo uno strumento per rendere sostenibile e accessibile la mission di promozione dell’innovazione sociale. Non vogliamo essere confusi con altre realtà che fanno del coworking un mero business e si differenziano nettamente dalla nostra esperienza: The Hub è The Hub e non studio, loft o cowo che sia, sono certo che capirai le mie osservazioni.

    1. Caro Ivan, grazie per la precisazione. Pensavo che dall’articolo emergesse anche (anzi, sopattutto) questo aspetto. Ma forse così non è stato.

  2. cara giulia, grazie a te per la risposta. The hub ci tiene molto alla sua identità, ben diversa da quella di altre reti ed esperienze di coworking, per questo ho voluto precisare: non è solo questione di numeri o nomi, piuttosto che di chiarezza della tua scrittura (anzi è ben scritto). L’ultimo paragrafo dice qualcosa su The Hub, ma credimi, se ci prendessimo un caffè assieme (offro io) ti renderesti conto di quante siano le differenze e soprattutto che la concezione “in web” di cui parli, in realtà sono quelle pratiche di innovazione sociale che rendono la nostra esperienza unica.

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