Ecco chi si berrà la tua acqua

Ecco chi si berrà la tua acqua

Pubblicato su l’Espresso

L’accordo è fatto. L’acqua volerà in Borsa e una multinazionale nata dalla fusione di tre società ne controllerà la gestione. Iride, una multiutility, è una spa composta da altre spa e da altre spa e da altre spa. Come in una scatola cinese. La mega società è attualmente controllata dai comuni di Genova e Torino. La parte genovese è l’Amga (Azienda municipale gas e acqua) che nel 1995 si quota in borsa per poi, nel 2000, scorporare le acque in una società a parte e riassorbire gli acquedotti De Ferrari Galliera e Nicolay. Nasce Mediterranea. Nel 2006 arriva anche la fusione con l’Aem torinese che conclude la genesi di Iride: un colosso dell’acqua pubblica italiana che presto finirà nelle mani degli azionisti d’Europa.

Accanto a Genova e Torino, infatti, alla guida della multiutility c’è l’F2i: una società italiana di gestione del risparmio, titolare del Fondo destinato a effettuare investimenti nel settore delle infrastrutture. I fondi posseduti da F2i sono controllati da istituti bancari, casse previdenzali, fondazioni bancarie, assicurazioni, istituzioni finanziarie dello Stato (-8.10%), sponsor e management. Per un gruzzoletto pari a 1,8 miliardi di euro.

Il presidente della Spa si chiama Ettore Gotti Tedeschi, vecchio banchiere, uomo d’oro della Chiesa nonché attuale presidente dello Ior, la Banca Vaticana, che, dopo esser stato scritto insieme a 71 altri colleghi nel registro degli indagati del processo Parmalat del 2005, è stato prosciolto nel 2007. Amministratore delegato di F2i è invece Vito Gamberale, una carriera tra Autostrade Italia, Eni, Banca Italia e Benetton per la quale curava l’amministrazione di Atlantia. Arrestato durante Mani Pulite, venne poi assolto, anch’egli, dall’accusa di abuso d’ufficio e concussione. Gamberale è l’uomo che ha guidato l’accordo tra Iride e F2i. Il piano per la privatizzazione ruota infatti tutt’intorno alla spa di Tedeschi e al sostegno che questa riceve da un’altra azienda: la San Giacomo srl, una società dal nome promettente che trasforma le acque in buone azioni.

Lo scopo di Iride è raggiungere il delisting, ovvero l’uscita e l’accorpamento al colosso idrico Iride della Borsa di Mediterranea delle acque, socio di Acque Potabili, a sua volta detenuta da Acque Potabili S.p.A. con sede in Torino, Acquedotto di Savona S.p.A. con sede in Savona, Acquedotto Monferrato S.p.A. ancora a Torino e da Acque Potabili Siciliane S.p.A, a Palermo. E infatti, è solo grazie all’accorpamento delle gestioni idriche di Piemonte, Liguria, Emilia e Sicilia, che F2i potrà lancere, come annunciato, un’offerta pubblica di acquisto totalitaria su Mediterranea al prezzo di 3 euro per azione.

Il primo passo sarà quello di escludere i soci forti di Veolia, la multinazionale dell’acqua francese che detiene il 17% delle azioni. Poi le quote verranno ritirate dalla borsa e inizierà il percorso ad ostacoli. Il Fondo crescerà in San Giacomo e con i 237 milioni che sono già in cassaforte comincerà l’assalto alle acque del Sud, soprattutto siciliane. A quel punto, Iride e F2i potrebbero creare un polo industriale dell’acqua rafforzato grazie all’acquisizione di Mediterranea e divenire un “campione nazionale” del servizio idrico integrato, così come richiesto nel decreto Ronchi. Ma non è finita. Iride potrebbe anche compiere un altro passo in avanti e accorpare Enìa, la multiservizi emiliana quotata a Piazza Affari e nata dalla fusione delle spa delle province di Reggio Emilia, Parma e Piacenza. Insieme, i due colossi definirebbero un asse “padano occidentale” con 4 miliardi di capitalizzazione e 2,5 milioni di “clienti” che al Sud, tra Palermo e Enna, si comprano come caramelle.

L’acqua vola in borsa e il controllo del servizio idrico si concentra nella mani dei soliti noti che forse non baderanno alla qualità della gestione ma solo ai profitti e agli investimenti. Un rischio, questo, per il Sud d’Italia dove il controllo sull’acqua ha causato contrasti che sono all’origine di molti scontri tra clan. Ma non solo. Tutti i Comuni d’Italia pagheranno il loro prezzo: dovranno rinunciare pubblicamente al loro ruolo di “imprenditori-gestori” dei beni comuni divenendo meri “azionisti”. Come ha notato Massimo Mucchetti del Corriere «il Comune non sarà più responsabile e garante di un servizio e di un diritto per tutti i cittadini ma sarà solo uno dei tanti soci che attende l’assemblea di aprile per sapere quanto incasserà sotto forma di dividendo». Se mai riuscirà ad incassare qualcosa.

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