I “tesori” del cassonetto. 33milioni di cianfrusaglie l’anno solo a Roma

I “tesori” del cassonetto. 33milioni di cianfrusaglie l’anno solo a Roma

Lampade, lavatrici, girelli, carrozzine, vasi e scarpe usate. Ogni giorno, in ogni città d’Italia, vengono recuperati dai cassonetti dei rifiuti circa 90mila oggetti che, moltiplicati per 365 giorni l’anno, fanno quasi 33 milioni di euro in “cianfrusaglie” di varie dimensioni sottratti alle discariche. Ad impossessarsene sono gli oltre 30 mila Rom, i circa 17mila senza fissa dimora, gli immigrati extracomunitari e i bisognosi presenti su tutto il territorio nazionale che svuotano, per cultura o per necessità, i bidoni alla ricerca di indumenti utili a coprirsi dal freddo o di oggetti che andranno ad equipaggiare case e tendopoli. FOTO

L’attività di riciclaggio resta spesso senza sbocco commerciale, nel senso che tutto ciò che i rovistatori trovano, lo usano in gran parte per colmare le carenze economiche. Necessità fa virtù, ma vendere i “rifiuti” nei mercatini dell’usato facendoli fruttare, in questo caso, potrebbe convenire. Soprattutto ai Rom e ai senza lavoro che da rovistatori diverrebbero operatori ecologici e allo stesso tempo microimprenditori dell’usato.

A un prezzo medio stimato di 1 euro per oggetto, infatti, il business del cassonetto genererebbe per ogni famiglia di rovistatori un fatturato pari a 8mila euro l’anno. I dati li fornisce Gianfranco Bongiovanni del centro di ricerca di “Occhio del ricilone”, una delle organizzazioni promotrici della Rete degli operatori nazionali dell’usato dei

mercati storici, delle pulci, della strada e delle fiere presentata alla Città dell’Altra Economia. “Secondo le nostre ricerche – spiega – il primo anello del riutilizzo è costituito dai rovistatori di cassonetto e dagli svuotacantine di origine rom. Dalle interviste realizzate negli scorsi anni è emerso che solo all’interno dei 45mila cassonetti romani dell’indifferenziato non ci sono mai meno di due oggetti riutilizzabili”.

E infatti, il 30-40% dell’immondizia gettata dai cittadini nelle isole ecologiche è in buono o in ottimo stato e può essere reinserito nel circuito dell’usato. Giocattoli, stoviglie, elettrodomestici, oggetti abbandonati durante i traslochi e indumenti che i setacciatori d’Italia non vogliono lasciarsi sfuggire. Anche se resta alto il rischio di contrarre malattie dovute alla sporcizia nella quale frugano due o più volte al giorno.

“Occhio del riciclone” lancia la sua proposta: “Abbiamo ideato un modello di approvvigionamento basato su un’isola ecologica fondata sul riutilizzo. Se questi beni fossero accessibili verrebbero raccolti da un esercito pacifico di operatori dell’usato pronti a distribuirli e rivenderli capillarmente sul territorio”. Come già avviene in Francia o in Inghilterra, il modello si basa sul famoso slogan delle “4 erre” (Riduzione, Riutilizzo, Riciclo, Recupero) nato come motto ambientalista negli anni ’70, assunto dalla Comunità europea come ordine di priorità nella gestione dei rifiuti nel 1991 e, dal 1997, diventato ordine di priorità anche per la legge italiana.

Il meccanismo consiste nel portare gli oggetti all’interno dell’isola, dove vengono controllati, igienizzati e rivenduti in stock. Dagli studi emerge che in un’isola ecologica media il 52,1 per cento degli scarti è immediatamente riutilizzabile, mentre il 34,2 per cento può essere rimesso in circolazione con un valore pari a 742.090 euro l’anno. L’iniziativa ha riscosso successo. Soprattutto nelle comunità Rom. Gli operatori disposti a muoversi in questo senso, solo a Roma, sono già 300 mentre la neonata Economia Rete Onu dell’usato conta già 3 mila operatori del settore pronti ad aprire un proprio business. “I Rom  –  conclude Bongiovanni – sono disposti a pagare fino al 40% del valore dello stock. Il vantaggio starebbe nell’abbattimento dei costi di transazione, nella sicurezza sanitaria dell’approvvigionamento e nella continuità nella fornitura”. Un modo per avvicinarsi alla “strategia” delineata dal governo italiano che mira al recupero di materiali e alla raccolta differenziata di almeno il 35% dei rifiuti. Ma non solo. La proposta del “riciclone” permetterebbe di coniugare l’economia, il rispetto per l’ambiente e l’integrazione sociale di fasce della popolazione finora lasciate ai margini.

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