Urla nel silenzio dell'”ergastolo ostativo” Nelle celle dove si distrugge la speranza

Urla nel silenzio dell'”ergastolo ostativo” Nelle celle dove si distrugge la speranza

ROMA – Sono circa 1200 uomini e donne, soprattutto meridionali, colpevoli di reati di stampo mafioso e condannati al cosiddetto “ergastolo ostativo”, che preclude – di fatto – ogni beneficio durante il periodo di detenzione. I permessi premio, di necessità o la liberazione condizionale sono concessi molto di rado e solo a chi collabora con la giustizia. Giusta o sbagliata che sia, questa disposizione rende vano ogni possibile reale pentimento interiore e distrugge nei detenuti ogni speranza di reinserimento nella società. A sostenerlo non sono soltanto le numerose associazioni di volontariato che operano nelle carceri, ma soprattutto la maggior parte degli operatori penitenziari: direttori e agenti di custodia. “Nella pena che scontano – spiegano i volontari che operano nel carcere di Spoleto – non c’è nulla di costruttivo e anzi ciò a cui sono sottoposti è inumano. Le loro sono strade senza uscita, ostacolate dalla contraddizione – di cui il sistema penitenziario italiano si fa portatore – tra la forma detentiva perenne ed i fini rieducativi esposti nell’art. 27 della Costituzione, dove si dice che ‘le pene devono tendere alla rieducazione del condannato’.

Percorsi sbarrati. Con questa consapevolezza è stato girato il video Percorsi sbarrati 1, un filmato-manifesto prodotto dagli ergastolani e inaugurato con la campagna Mai dire mai per l’abolizione della “pena senza fine”. L’idea è sorta all’associazione Pantagruel 2, nata nel 1986 come cooperativa culturale. A raccontarla, nel video, l’accento sardo di Mario Trudu in carcere dal 1979 e le immagini dei carcerati di Spoleto. La pena a cui sono sottoposti i detenuti ostativi – a prescindere dalla colpa di cui si sono macchiati – è contraria alle leggi dello Stato. Questo è il messaggio contenuto nel video su Youtube. E questo è quello che anche gli operatori sociali e i volontari che prestano assistenza nelle carceri d’Italia vogliono che arrivi a chi il carcere non lo conosce.

Solidarietà e amicizie virtuali.
Per rendere la detenzione meno amara e anzi, darle un senso, i volontari di Pantagruel hanno dato vita a una serie di progetti volti al reinserimento nella società degli ergastolani e alle ergastolane d’Italia. Perché anche se forse non vedranno mai la luce, è giusto continuare a sperare e a fare come se, un giorno, avverrà. La Poesia delle bambole 3 “Educare con gli asini” e il progetto “Bruno Borghi” sono solo alcune iniziative dell’associazione. Ma ce ne sono altre, più specifiche, sorte apposta per sostenere la causa. Informacarcere 4, per esempio, è il portale dove i detenuti – soprattutto toscani – scrivono cercando contatti con l’esterno.

Il “cerca lavoro”. Per uno scambio reciproco e per allacciare rapporti – seppur virtuali – di amicizia. Nella sezione “realtà del carcere” c’è uno spazio dedicato alle richieste e alle offerte: i detenuti – a cui è concesso – cercano lavoro, consigli, consulenze legali, corrispondenza per amicizia o per unione di coppia. Vendono i loro prodotti artigianali e richiedono libri, giornali, francobolli e nastri di musica. La sezione Posta Diretta permette invece agli utenti di rivolgere direttamente delle domande ai carcerati, che rispondono. Carmelo Musumeci, in prigione da venti anni, è uno di questi. Nato in Sicilia, è un ex capo della mafia versiliana e ha ucciso un uomo. Ora è un poeta e non è mai uscito di prigione. “Tempo fa  –  racconta su Informacarcere – avevo chiesto al Tribunale di Sorveglianza qualche ora d’aria ma ‘le motivazioni affettive sottese alla richiesta avanzata dal Musumeci, encomiabili e rispettabili sul piano umano non sono applicabili'”. Permesso respinto.

Il reinserimento che non c’è. “Si continua a parlare di pentiti ma in realtà si dovrebbero chiamare collaboratori di giustizia, perché è evidente che la collaborazione è una scelta processuale mentre il pentimento è uno stato interiore. In realtà sono gli anni di carcere e la sofferenza che portano ad una revisione interiore sugli errori del passato. Tutto questo nonostante un sistema carcerario che abbandona i detenuti a se stessi, non agevola la rieducazione e, nel caso degli ostativi, esclude completamente ogni speranza di reinserimento sociale”. Nadia Bizzotto, volontaria della comunità “Papa Giovanni XXIII”, fondata nel 1973 da don Oreste Benzi, il carcere lo conosce bene.

Non si tratta di tirar fuori i delinquenti. “Piuttosto, per ottenere benefici, agli ergastolani comuni bastano diritto e merito. Per gli ostativi non si arriva al merito. Allora qui il principio rieducativo non c’è proprio e il famoso articolo 27 non serve a niente”. Si domanda che senso ha tenere in galera uno tutta la vita con la prospettiva di non uscire mai, Nadia. Lei, come altri, lavora da intermediaria e combatte per rendere ‘utilè la detenzione a vita. “Siamo stati nel carcere di Spoleto la prima volta nel 2007 accedendo come esterni che entrano per fare colloqui. La nostra battaglia  –  spiega  –  si chiama ‘Urladalsilenzio 5‘”. Con lo stesso nome, è nato anche un blog , che con il tempo è diventato la voce degli ergastolani che con lettere, poesie, testimonianze raccontano l’assenza di ogni speranza. “Il tentativo è quello di far conoscere a tutti la realtà dell’ergastolo ostativo. E’ un modo per dare una possibilità a chi ne avrebbe diritto”, spiega Bizzotto.

La legge Martelli-Scotti. “La sospensione delle normali regole di trattamento penitenziario” nei confronti dei carcerati – anche non ergastolani – accusati di associazione mafiosa, fu stabilita nel maggio del 1992. Il decreto Martelli-Scotti, pochi giorni dopo che Giovanni Falcone veniva fatto saltare in aria con la moglie e la scorta, inaspriva le pene già contenute nell’articolo 4 bis della legge antimafia del 1975. Con uno scopo: distruggere la rete malavitosa attraverso le confessioni dei detenuti. Da allora, per varie ragioni, da parte dei carcerati ostativi c’è stato soprattutto silenzio. In merito alla legge del ’92, invece, non è mancata la polemica. “Mentre in alcuni paesi – Norvegia, Portogallo, Spagna, Slovenia, Croazia e Polonia per esempio – la detenzione a vita è stata abolita – spiegano i volontari della comunità “Papa Giovanni XXIIIesimo” – in Italia, unico Paese nel mondo, l’ergastolo puro si sconta per minimo 25 anni. Un provvedimento, questo, in contrasto con l’articolo 5 della Carta europea dei dritti dell’uomo che – in ogni caso – prevede che nessuno venga sottoposto a tortura o trattamenti o punizioni crudeli, inumani e degradanti”.

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