Quasi quasi me ne rivo’ (a vendere fiori)

Quasi quasi me ne rivo’ (a vendere fiori)

Sono stata all’estero. Poi sono rientrata a Roma, “solo per laurearmi” dicevo. Invece ho iniziato uno stage da Repubblica.it e poi sono passata a l’Espresso. Totale, 9 mesi. Tondi tondi. Più tempo di quello che mi ero ripromessa. Ora pero’, la laurea l’ho presa. E quasi quasi me ne vado di nuovo. A fare cosa? Non credo importi. Una come me (e non perché ci voglia un genio) all’estero lavora. Io qui lavoro ma faticando da morire. Per studiare non posso scrivere ma se scrivo non posso studiare. Perché anche gli stage, in Italia, oltre a non essere pagati, sono organizzati in modo tale da complicare la vita a chiunque decida (con un bella dose di buona volontà – che fidatevi non è scontata) di farne uno sperando (è un’illusione sia chiaro) di riuscire a trovare un lavoro fisso. E non è finita. Se dici in giro che fai uno stage, c’è pure chi ha il coraggio di storcere il naso (e pensare “poverina…”). Poi, mentre a Ballaro’ continuano a parlare di precariato, inefficenza, Marchionne e company, nelle redazioni e nelle imprese ci sono stagisti di 30 anni. E pensare che a quell’età, mia madre aveva già due figlie. “Erano altri tempi”. Sì.

Chi lavora invece si puo’ ritenere fortunato (così ti dicono). Peccato che, (ciliegina sulla torta, perché non è ancora finita), su 550 euro mensili che io (che fortuna!) guadagno con collaborazioni e ora passate a scrivere, lo Stato me ne leva circa 150 di tasse, pari al 20 per cento in meno su ogni articolo. Cosa resta? 400 euro. Vabbè ma io ho la famiglia! E certo. Ma come si fa a campare così? Bamboccioni d’Italia, ma come fate?? Forse, dovremmo tutti seguire il consiglio che un certo uomo di governo diede qualche tempo fa, che poi è lo stesso consiglio che il quotidiano Libero suggeriva in un articolo domenica scorsa: “Il lavoro c’è – diceva l’emerito giornalista, lui, seduto comodo comodo sulla sua sedia. Come fare per trovarlo? Semplice, lavorare come meccanico, muratore, pasticcere e falegname”.

Tanto di cappello a chi questi lavori li sa fare e li fa. Ma è possibile che in Italia, uno che ha studiato lettere, filosofia o scienze politiche, per lavorare debba per forza darsi alla falegnameria? O andare a lavorare in banca? Per fare soldi bisogna maneggiare soldi? Io, quasi quasi me ne vado di nuovo. E chissà, potrei anche andare a vendere fiori. A Parigi pero’. Tanto pe rnon dargli la soddisfazione.

8 thoughts on “Quasi quasi me ne rivo’ (a vendere fiori)

  1. Ciao Giulia, non se se ti ricordi di me, ma tempo fa ti scrissi su facebook chiedendoti consigli sul giornalismo. Mi desti molta speranza, le tue parole mi sembrarono pratiche e consolanti. Ora leggo che non è andata come tu speravi. Eppure scrivevi di cose non inflazionate, interessanti, che i giornali trattano poco. Lo stesso consiglio che desti anche a me.
    Mi dispiace davvero tanto, non serve a niente, ma hai la solidarietà di un tuo (22, quasi) coetaneo, che condivide anche la stessa passione.
    Spero cambi qualcosa per te, in meglio.
    Un abbraccio.
    Nicola

    1. Caro Nicola, certo che mi ricordo di te. In realtà è andata come speravo. nel senso che, nel mio piccolo, ho tanto. Ma io (purtroppo o per fortuna) voglio sempre di più. Ottenuta una cosa, pur con umiltà, punto a quella successiva. E mi accorgo che fuori di qui farei molta meno fatica. Credo poi che tanti di noi si meritino di più. Di più da uno stage, di più da un articolo. Di più. Ecco perché ho usato quei termini rassegnati. Io pero’, di mio, non sono una che si rassegna. Pero’ rifletto (anche troppo direi…) e riflettendo, riflettendo mi accorgo che va tutto al contrario. P.s MAI LASCIRE IL PROPRIO POSTO, mai smettere di scrivere.

  2. Va bene dai Giulia, mi hai un pò rassicurato per l’immediato! Spero le cose migliorino per te, intanto sappi che c’è qualcuno che ti legge e che ti trova interessante.
    Giusto poi volere di più di quelle cifre di cui parli, purtroppo io che sono ancora più “fuori” di te, non posso che rabbrividire di fronte a quel futuro che mi aspetta, ma se sarà il caso, anche io andrò all’estero. Se lì ce qualche possibilità di fare questo lavoro va rincorsa. Ma c’è?🙂

  3. Ciao Giulia! Sono la Polda, precaria cronica Vedo e leggo che il mio pensiero sta diventando sempre più tuo. Mi sto accorgendo però che qualcosa di buono può capitare. Siamo noi che sbagliamo a cercare. Ieri mi è arrivata una delle mille mail di Info Jobs con presunte offerte di “lavoro” gratuito. Una di queste offerte però mi ha colpito, perchè era una delle poche che diceva da subito quanto saresti stata retribuita (diceva dai 300 agli 800 euro mensili). Così vado a leggere. Si trattava di un posto nel settore web marketing per una catena di hotel. La cosa assurda era questa: che per avere il lavoro dovevi prima fare un corso obbligatorio di 6 mesi DA PAGARE la bellezza di 4000 euro. EVVAIIII!

    Quindi per 6 mesi pagavi tu loro e poi, se andavi bene, per massimo altri 6 mesi erano loro che pagavano te. Facciamo i calcoli. Tu davi loro 4000 euro, e se ti avessero pagato con la retribuzione più alta (800 euro) loro te ne avrebbero ridato indietro 4800 (6x 8 fa ancora 48 no?). Quindi tu saresti stata impegnata 1 anno per la bellezza di 800 euro di guadagno. Ma andiamo oltre. Vogliamo dividere questi 800 euro per 12 così vediamo quanto avrebbe fruttato il nostro investimento di 4000 euro. Fa 66 euro al mese. Se ci togli 30 euro per chi è pendolare e prende i mezzi tutti i giorni, fa 36 euro al mese. Bé! cavolo! Tu ci scherzi? Mi sono candidata al volo. Speriamo che mi chiamino!

    P.S E ricordiamoci che io ho una laurea che ogni mattina appena alzata mi fa sempre la stessa domanda: “Allora, che ne vuoi fare di me?”…stavo pensando di appenderla al muro, almeno fa da arredamento.

  4. Welcome to the jungle, cantavano i Guns ‘n Roses. Loro, però, erano ricchi e con la pancia piena. Hai perfettamente ragione collè, condivido in pieno il tuo pensiero. Non si da importanza alla CULTURA, cazzo, in questo paese di traffichini, arraffa-tutto, affaristi e leccaculo!! Il tema più drammatico è proprio questo: si potrebbe aprire una parentesi infinita in merito, il bel paese, patria di Dante e Michelangelo, necessiterà o no di tanti bravi umanisti??? La penna evidentemente è passata di moda (come d’altronde lo sono pennelli, scalpelli ed archi di violino).

    1. Io credo che la penna in se non sia passata di moda. Penso pero’ che, in Italia, le uniche penne che piacciono sono quelle che raccontano gli scandali, che diffamano la politica e raccontano i retroscena. E questo andrebbe pure bene. Il problema è che la cronaca è ormai quasi sparita. E non mi riferisco a quella politica di cui le pagine dei quotidiani sono piene. Parlo di immigrazione, di discriminazioni, di ingiustizie, di problemi reali. Quand’è l’ultima volta che hai visto l’apertura di un quotidiano dare una notizia sul Pakistan, per esempio? O Quand’è l’ultima volta che hanno aperto cone la questione dell’Ilva di Taranto? Io non la ricordo. E sai perché? Perché anche i giornali seguono – giustamente – il mercato. E seguire il mercato significa scrivere di cio’ che il lettore vuole leggere. Ma se i quotidiani titolano per due mesi sulla casa di Montecarlo di Fini, vuol dire – ahimé – che i lettori sono un po’ caproni.
      Il mio direttore mi diceva che “i giornali non sono pedagogici”. Che per insegnare alle persone esiste la scuola. Io non ne sono ancora del tutto convinta.

  5. Pedagogia o non pedagogia tu hai citato gli “autorevolissimi” colleghi del giornale di famiglia, house organ per eccellenza. Beh come tu concorderai, ne son certo di questo, quelli son tutto fuorché giornalisti (probabilmente degli ottimi avvocati:)) e la fiction sulla casetta monegasca e la cucina Scavolini (che avrebbe percorso mezza Europa) ne dimostra il deficit intellettuale. Il giornalismo d’inchiesta si sta estinguendo e sono poche le testate in grado di permettersi economicamente il lusso di un reporter esterno o nelle condizioni di mettere in campo avvocati anti-querele eccetera.

    Ps: detto ciò, voglio dirti di continuare a credere in ciò che vuoi diventare: il “Giornalista” è l’unico lavoro che coniuga creatività ad impegno civile, dimme te che voi de più???:)

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