Erasmus, è boom. Ma senza finanziamenti

Erasmus, è boom. Ma senza finanziamenti

L’ERASMUS ha fatto boom. Nell’anno accademico 2008-9 quasi 200.000 studenti universitari italiani si sono recati all’estero grazie a una borsa di studio dell’Unione europea. L’obiettivo raggiunto batte ogni record: rispetto agli anni precedenti, infatti, si testimonia un aumento sostanziale dell’8,7 per cento delle partenze per un totale di più di due milioni di giovani che in tutta Europa hanno usufruito del sostegno del programma, a partire dal 1987, data della sua istituzione.

Italia. Per quanto riguarda gli studenti in uscita, emerge che in Italia, da quando è stata istituita la riforma del 3 piu 2, si è ridotta la quota di laureati diretti all’estero. “Questo perché  –  spiega Andrea Cammelli, direttore di AlmaLaurea – si è ridotto il numero di anni di corso”. Tuttavia, è anche vero che tra gli iscritti alla magistrale, la quota è cresciuta. “Se consideriamo la somma dei partecipanti a tutti i progetti europei, compresi quelli overseas, tra gli specialistici la quota arriva al 18 per cento. Molto prossima al 20 per cento che è la cifra minima che il Consiglio dei ministri europeo ha fissato per il 2020”. Per quanto riguarda gli ingressi di studenti stranieri in Italia, invece, il discorso da fare è un altro. A disincentivare gli arrivi concorrono vari fattori. Il primo: i corsi sono ancora in lingua italiana. Questo scoraggia gli erasmus ma anche gli studenti di casa nostra che vogliano studiare in inglese. Un discorso, questo, meno vero per alcune materie

umanistiche. Come la musica e l’archeologia, dove l’Italia ha comunque un peso specifico rilevante. Poi ci si mette anche una certa difficoltà organizzativa delle strutture universitarie, non sempre in grado di accogliere gli studenti come invece dovrebbero. “A lezione  –  racconta Cammelli – ho una cinese, uno spagnolo e un africano. Li vedo, fanno fatica. E non va bene perché in questo modo si rischia di perdere competenze utili allo sviluppo del nostro paese”.

Spagna, Francia e Germania. Sono le destinazioni più richieste, ma anche i paesi che inviano all’estero il maggior numero di studenti: insieme rappresentano infatti il 40 per cento del totale degli iscritti. Con l’inclusione nel 2009 della Croazia e dell’ex Repubblica iugoslava di Macedonia, al programma aderiscono ormai oltre 4 000 istituti superiori di 33 paesi europei. Nel 2007, poi, il progetto è stato esteso anche ai tirocini presso aziende o oganizzazioni straniere. L’Erasmus Placement è piaciuto a 30.400 studenti europei, a tal punto che nel 2008-2009 il numero di giovani in cerca di esperienze lavorative all’estero è salito di oltre il 50 per cento rispetto all’anno precedente.

Più soldi dall’Ue. Cos’è successo? Complice del boom, l’aumento dei finanziamenti europei pari ad un incremento nel bilancio del programma del 12 per cento. Il che conferma la tesi sostenuta dalle associazioni studentesche: più soldi ci sono, meglio è per tutti. In effetti, la borsa media mensile è stata portata da 200 a 272 euro, così da dare agli universitari un po’ più di margine per coprire i costi di vitto e alloggio. Non solo. Per incentivare la mobilità, l’Unione europea, ha inaugurato progetti volti ad abbattere le frontiere fisiche nelle università. Detto fatto. Nell’anno accademico 2008/2009, la partecipazioni di studenti disabili è salita del 29 per cento rispetto all’anno precedente.

Ma l’Erasmus è ancora per pochi. A Romatre, la terza università della capitale, le borse Placement stanziate per l’anno accademico in corso, nella facoltà di Scienze politiche, sono solo 2 mentre gli studenti potenzialmente interessati sarebbero oltre 500.  All’università di Bologna, per gli studenti partiti nel primo semestre (a settembre 2010) la rata iniziale dovuta da contratto verrà erogata solo alla fine di dicembre. Per i borsisti in partenza nel secondo semmestre (da febbraio 2011), invece, il finanziamento arriverà. Ad aprile 2011. “Più che di un finanziamento, si tratta quindi di un rimborso spese”, spiegano da Link, Coordinamento degli studenti universitari. Perché, chi non ha soldi da anticipare, “l’Erasmus se lo scorda. Alla faccia del diritto allo studio”. E non è finita. Tra gli studenti Udu, Unione degli studenti universitari, si alzano altre polemiche:  “A Bologna, per fare un esempio, il finanziamento dell’Unione europea è pari a 230 euro. L’università, di tasca sua, ci mette solo 20 euro al mese. Ma è mai possibile investire sull’Erasmus così poco?”. In effetti ad integrare il contributo Erasmus potrebbero (dovrebbero) pensarci le Regioni. Perché altrimenti  –  spiega Cammelli  –  va a finire che l’Erasmus lo fanno solo i figli di abbienti e agli altri studenti tocca fare lavoretti che, spesso, distraggono dagli studi”.

“Non ci riconoscono gli esami”. E a proposito d’Italia, c’è anche un’altra questione irrisolta che scoraggia i giovani a partire. Spesso infatti gli esami sostenuti all’estero non sono o sono solo parzialmente riconosciuti dall’ateneo italiano di provenienza. E’ successo a Giovanni, 23 anni, iscitto alla facoltà di Scienze politiche de la Sapienza, a Roma. “Sono stato a Parigi nove mesi. Ho fatto l’esame di diritto dell’Unione europea e il professore italiano me l’ha fatto rifare interamente. Ma insomma, mica parliamo di diritto privato. Quello comunitario dovrebbe essere lo stesso in tutta Europa e invece in Italia te lo fanno rifare da capo”. Cammelli conferma: “Credo che non tutti i colleghi siano entusiasti di cedere l’esame a una realtà esterna. Questo perché le relazioni tra docenti italiani ed esteri non sono abbastanza approfondite. Così, quando lo studente rientra dall’Erasmus il professore italiano si ritrova a dover sottoscrivere il programma e il voto dato da un collega a lui sconosciuto. E’ evidente che la cosa può non piacere”.

“Il contributo deve arrivare prima della partenza”. Ma quello dei finanziamenti, è un problema non solo italiano. In certe università spagnole, infatti, la storia si ripete. Estella, 24 anni, madrilegna, è a Roma in Erasmus e spiega che “io non ho ancora visto i soldi e sono qui da settembre. Tra l’altro  –  dice  –  so anche di una collega portoghese, sempre a Roma, che ha avuto lo stesso problema. Bha, aspettiamo e vediamo cosa succede”.  A problemi globali, risposte universali. L’idea maturata da Link e da altre associazioni e coordinamenti di studenti europei è quella di spingere affinché le istituzioni comunitarie si impegnino per “far sì che almeno una parte del contributo venga versata al momento della partenza, prevedendo una differenziazione a seconda del costo della vita del paese di destinazione”. Questo, dicono, per facilitare l’accesso, il diritto allo studio e alla conoscenza. Al governo e alle Regioni d’Italia, invece, Link fa un’altra proposta:  “Si aumenti l’integrazione ministeriale e/o quella regionale. Io, spiega Gianluca, 23 anni, sono italiano ma ho fatto l’Erasmus grazie alla Francia. A Sarkozy potete dirgli di tutto ma sapete quanto prendevo al mese solo per il fatto di essere studente Erasmus e affittare una casa a Parigi? Mi davano 200 euro senza fare i conti in tasca a mia madre. Sapete invece quanto mi arrivava di borsa Eramus? 140 euro. E allora, il problema non è solo alzare il finanziamento dell’Ue. Il punto è integrare questo finanziamento, misero, con altri servizi che facilitino la vita a chi vuole studiare”. Come i tram, gli studentati, le metropolitane. Tutti punti su cui l’Italia, dalla Francia, ha ancora molto da imparare.

One thought on “Erasmus, è boom. Ma senza finanziamenti

  1. Ahahah! L’esame di Diritto comunitario! Anche a me è successa la stessa cosa, esame fatto a Parigi, 8 crediti anziché 7, rifiutato a La Sapienza, a due mesi dalla laurea dall’illustrissimo professor Napoletano e dal figlioletto (ovviamente suo assistente) annesso..che bella gente! Quando ripenso a La Sapienza mi vengono i brividi. Laurea presa e tornata di corsa a Parigi. Se posso dare un consiglio ai lettori, lasciate stare l’Erasmus, fatevi tradurre in una qualunque ambasciata il vostro bel diplometto del liceo e datevela il più presto possibile.

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