Mosca, prostitute per gioco

Mosca, prostitute per gioco

Pubblicato su l‘Espresso.

Anya ha 34 anni ma da come porta la camicia a fiori sembra più giovane. Da quattro anni lavora in una ditta privata nel centro di Mosca. Da due guadagna circa 1.200 euro al mese. Il lavoro non va male ma con la crisi lo stipendio si è alleggerito. Perciò, per arrotondare, Anya vende ai colleghi di lavoro il suo corpo bianco ed esile. “La dinamica è quasi sempre la stessa”, spiega: “Dopo il lavoro si beve un bicchiere come fanno gli amici che in effetti siamo perché spesso si tratta di uomini con cui lavoro. Poi si passa dalla teoria alla pratica ma solo se in cambio riesco a ottenere un aumento salariale, una settimana di vacanze in più, un regalino prezioso o, perché no, un viaggio regalo”. Non provate a chiamarla prostituta. Il mio “è solo un gioco che serve per rientrare di alcune spese extra. E non c’è vergogna. L’unico rischio è che dal sesso nasca una relazione. Ma come si dice in Italia, patti chiari e amicizia lunga”.
Per Anya avere relazioni sessuali che non portino vantaggi materiali è “assurdo”. La pensa così il 61 per cento delle sue conterranee. Il sondaggio ripreso dal settimanale “Ogoniok” parla chiaro: non si tratta di escort professioniste o di prostitute disperate, costrette a vendere il proprio corpo per sopravvivere alla miseria. La tendenza a prostituirsi part-time coinvolge circa il 45 per cento delle donne russe tra i 18 e i 44 anni che guadagnano intorno ai 24 mila euro l’anno. Troppo poco per potersi permettere vacanze lussuose. Abbastanza per sopravvivere senza vendersi. “Il sesso a pagamento è un passatempo ragionato, una scelta per nulla immorale. Arrotondo lo stipendio investendo in capitale personale, in bellezza e giovinezza. Il mio corpo mi appartiene quindi, finché regge, lo affitto”.

L’unico studio economico sul mercato del sesso russo realizzato da Elena Pokatovitch e Mark Lévin, professore di microeconomia nella Scuola superiore di Mosca, conferma la tendenza: “La facile redditività della prostituzione ne ha giustificato la diffusione”. A stupire i due economisti non è la cifra d’affari prodotta dalle prostitute del loro Paese (dal 2000 ad oggi il bottino supererebbe i 900 milioni di dollari – 710 milioni di euro), quanto piuttosto il tipo di donne che scelgono di investire in tali attività. “La maggior parte delle relazioni sessuali è occasionale e dipende dalla ricerca di guadagni materiali in surplus”, precisa Lévin: “Offerte di lavoro, macchine costose, vestiti di marca o vacanze di lusso”. Lo stesso vale per le studentesse disposte a tutto pur di “offrirsi piccoli piaceri in più: alcol e droga, per esempio”. La prostituzione “quando voglio” piace perché permette di avere uno stile di vita dispendioso malgrado un debole livello salariale o una scarsa specializzazione professionale.

Il fenomeno “squillo quando mi pare” è diffusissimo in tutta Europa. Nei primi anni Novanta a Roma 15 attraenti studentesse di buona famiglia si dedicavano alle avventure piccanti. Scovate dalla polizia in alcuni appartamentini dove si intrattenevano con i clienti di turno, le giovani hanno ammesso i loro peccati: “Per me è un lavoro saltuario che garantisce un ottimo stipendio con poca fatica”, spiegava una delle ragazze in un intervista al “Corriere della Sera”. Ogni prestazione sessuale costava dalle 200 alle 500 mila lire. Con un particolare. Il via vai si limitava alle ore di luce: dalle 9 alle 19. Le “insospettabili” però non sono solo studentesse romane e impiegate russe. Carla, formosa moglie brasiliana del deputato conservatore Mike Weatherley, si vendeva per 70 sterline l’ora. Sorpresa dal “Sunday Mirror” in una casa chiusa di Londra, la consorte trentanovenne non aveva destato alcun sospetto. Finché il tabloid non ha pubblicato alcune fotografie che la ritraevano in calze a rete autoreggenti, biancheria intima rosa e seno nudo coperto solo da una mano. Weatherley si disse “sconvolto”. Carla invece si limitò ad ammettere: “Mi piacciono i clienti carini, questo posto, e i soldi facili”.

C’è chi lo fa, come Anya, a casa propria quando capita e per arrotondare e c’è chi invece, come Catherine Deneuve in “Bella di giorno”, film cult di Buñuel del 1967, si prostituisce per noia o per divertimento. Qualsiasi sia il movente, “la prostituzione clandestina non c’entra nulla con quella “part-time”. Nel nostro caso siamo noi a gestirla”, assicura Anya: “Piace alle ragazze e anche ai ragazzi perché sanno che non siamo prostitute ma ragazze vivaci”.

Il gioco, però, è bello finché resta proibito. Fare come in Germania dove la prostituzione è legalizzata, le operatrici del sesso ricevono clienti, detraggono le spese dalla dichiarazione dei redditi per accertamenti medici, trucchi, profilattici e biancheria intima, sono organizzate in sindacati e protette dai pazzi e dai delinquenti, sarebbe una bella idea per combattere lo sfruttamento. E lo sarebbe anche per le free-lance del sesso. Ma Anya non è d’accordo. “Così diventa un lavoro. Per me non lo è. Ripeto è un gioco, e se è nascosto è meglio. Altrimenti, che gusto c’è?”.

Ma non solo. Le donne che si vendono giurano di non sentirsi schiave perché possono scegliere se, come e con chi farlo. “Non mi vergogno di raccontare come stanno le cose”, dice Anya: “Ho un bel corpo, lo uso. Anche questo significa emanciparsi”. In Russia qualcosa è cambiato. “La prostituzione non è più stigmatizzata”, spiega Serguei Golod, sociologo e professore dell’università di San Pietroburgo: “Dal 1980 la legislazione in tema è stata modificata e le barriere morali sono cadute. Il commercio del sesso è entrato nei costumi e ci si vende non più solo per miseria, ma anche per sopperire a piccoli ridimensionamenti salariali”. Golod conferma le osservazioni degli economisti. “L’età media in cui si entra nel mercato del sesso è scesa da 18 anni a 15-14 anni. I russi hanno imparato che è possibile far lavorare il proprio corpo. Perché allora privarsene? D’altro canto, anche l’attitudine del consumatore si è modificata. In alcuni contesti, il ricorso alle dame di compagnia è obbligatorio. Il trio sauna- drink-donne fa parte della cultura dei manager, indigeni o stranieri, alla ricerca di donne spregiudicate. Ma a queste categorie di uomini si accostano, da qualche anno, anche gli impiegati e i dirigenti d’impresa. E sono proprio questi gli uomini a cui puntano le Anya di tutto il mondo. “Ho passato una piacevole serata con un amico che lavora nella società al terzo piano dell’edificio dove lavoro anche io. È un bell’uomo, divertente. Sembrava una trattativa di compra-vendita aperta a ogni inconveniente. Le escort sono pagate per seguire un percorso deciso dall’uomo che le assolda”, continua Anya: “Per me è diverso. Se lui non mi avesse dato quello che cercavo potevo anche mollare tutto. In fondo, lo stipendio già ce l’ho”.

Il fenomeno “squillo quando mi pare” è diffusissimo in tutta Europa. Nei primi anni Novanta a Roma 15 attraenti studentesse di buona famiglia si dedicavano alle avventure piccanti. Scovate dalla polizia in alcuni appartamentini dove si intrattenevano con i clienti di turno, le giovani hanno ammesso i loro peccati: “Per me è un lavoro saltuario che garantisce un ottimo stipendio con poca fatica”, spiegava una delle ragazze in un intervista al “Corriere della Sera”. Ogni prestazione sessuale costava dalle 200 alle 500 mila lire. Con un particolare. Il via vai si limitava alle ore di luce: dalle 9 alle 19. Le “insospettabili” però non sono solo studentesse romane e impiegate russe. Carla, formosa moglie brasiliana del deputato conservatore Mike Weatherley, si vendeva per 70 sterline l’ora. Sorpresa dal “Sunday Mirror” in una casa chiusa di Londra, la consorte trentanovenne non aveva destato alcun sospetto. Finché il tabloid non ha pubblicato alcune fotografie che la ritraevano in calze a rete autoreggenti, biancheria intima rosa e seno nudo coperto solo da una mano. Weatherley si disse “sconvolto”. Carla invece si limitò ad ammettere: “Mi piacciono i clienti carini, questo posto, e i soldi facili”.

C’è chi lo fa, come Anya, a casa propria quando capita e per arrotondare e c’è chi invece, come Catherine Deneuve in “Bella di giorno”, film cult di Buñuel del 1967, si prostituisce per noia o per divertimento. Qualsiasi sia il movente, “la prostituzione clandestina non c’entra nulla con quella “part-time”. Nel nostro caso siamo noi a gestirla”, assicura Anya: “Piace alle ragazze e anche ai ragazzi perché sanno che non siamo prostitute ma ragazze vivaci”.

Il gioco, però, è bello finché resta proibito. Fare come in Germania dove la prostituzione è legalizzata, le operatrici del sesso ricevono clienti, detraggono le spese dalla dichiarazione dei redditi per accertamenti medici, trucchi, profilattici e biancheria intima, sono organizzate in sindacati e protette dai pazzi e dai delinquenti, sarebbe una bella idea per combattere lo sfruttamento. E lo sarebbe anche per le free-lance del sesso. Ma Anya non è d’accordo. “Così diventa un lavoro. Per me non lo è. Ripeto è un gioco, e se è nascosto è meglio. Altrimenti, che gusto c’è?”.

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