Il banchetto delle feste, lo offrono i migranti

Il banchetto delle feste, lo offrono i migranti

Maria va al supermercato. Deve organizzare la cena di Natale. Nel carrello della spesa mette arance e clementine calabresi, i pachino di Licata, tre quattro pomodori tardivi di San Gervasio, patate a un euro al chilo raccolte vicino San Nicola Varco dove la verdura è buona davvero, qualche kiwi di Rizziconi (anche se fuori stagione) e una bottiglia di vino d’Alcamo, dal colore paglierino. Uno dei primi vini siciliani ad ottenere nel 1972 il marchio Doc. Come i pachino e le angurie pugliesi, come le arance e le clementine. Si tratta di una specialità tipicamente italiana. Con un particolare: se non fosse per gli stranieri, noi non ne berremmo neanche una goccia.

Dietro all’etichetta made in Italy, si nascondono infatti le braccia (in tempo di raccolta) e i piedi (in tempo di vendemmia) degli arabi, dei rumeni, algerini, tunisini e nigeriani. Stranieri che spesso non parlano nemmeno una parola della nostra lingua ma che, con il loro lavoro da 30 euro al giorno, permettono al Belpaese di esportare 206 mila tonnellate di pomodoro doppio concentrato (il 50 per cento della produzione totale dell’unione europea) pari alla bellezza di 240 milioni di euro. Tutti nelle casse di casa nostra.

I numeri li danno Antonello Mangano e Laura Galesi che insieme, per manifestolibri, hanno pubblicato “Voi li chiamate clandestini” un libro-inchiesta da Castel Volturno a Foggia, da Rosarno a Cassibile.Un viaggio nelle campagne degli stagionali per scoprire quanto poco le signore Maria d’Italia sanno sulla produzione di pomodori, vino doc, arance e ortaggi “tipicamente italiani”. Partiamo dalla Sicilia. Qui le serre si estendono dalla campagna al mare, da Pachino a Vittoria fino a Licata e servono per consegnare sulle nostre tavole ortaggi e frutta in ogni periodo dell’anno. Le prime rudimentali serre di pomodorini le costruirono i contadini del ragusano coprendo le piantine con le pale dei fichi d’India. Volevano sfruttare la rossa e fertilissima terra tra Siracusa, Ragusa e Caltanissetta. Cercarono manodopera a basso costo, qualche giovane dalle braccia possenti. E, cercando cercando, trovarono i rumeni e i tunisimi pronti a proteggere per un pugno di euro le serre siciliane affiancando gli agricoltori locali. Oggi gli italiani sono tutti “capi”. Nelle serre invece sono rimasti solo gli stranieri. Lavorano da Linea verde o nella Cooperativa Primavera. Confezionano il grappolo del pomodoro a Siracusa. Su 12 mila migranti, 2500 circa sono di origine rumena e 8 mila sono impiegati nelle campagne. Le donne si concentrano a Vittoria, che stando alla definizione data da Wikipedia, è “nu comune ‘e 54320 crestiane d’a pruvincia ‘e Ragusa». Anche grazie a loro, negli ultimi 60 anni la produzione italiana di mandarini, clementine e uva da tavola è cresciuta di oltre 11 volte per. Di 8 volte per mele e albicocche, di oltre 7 per pesche e pomodori, di 5 volte e mezzo per le arance, di quasi 5 per le nocciole e i sedani e di oltre 4 per le pere e i fagioli. E insieme alla produzione è aumentato anche il consumo. Di vino, per esempio. Riprendiamo il Bianco d’Alcamo, prodotto tra Trapani e Palermo nella valle del Belice un tempo terra di arabi e normanni.

Di questo vino si ha notizia già nel 1549, quando uno dei sommelier della Santa Sede lo inserì tra i vini più pregiati del tempo. A partire dal 1800 la sua notorietà si diffonde oltre i confini regionali. Quello d’Alcamo, lo sanno anche in Australia, è un pregiato vino tipicamente siciliano. E l’uva, in effetti, viene proprio dalla Sicilia. La produzione però avviene grazie alla vendemmia novembrina basata – sorpresa – sul lavoro degli arabi. Ma non quelli che Alcamo la fondarono nel 972. No. Dagli arabi irregolari, arrivati per una stagione e pronti ad andarsene di nuovo. Pronti a emigrare verso la Calabria per raccogliere le arance a dicembre e di nuovo verso la Puglia a maggio, in attesa delle angurie. Ma questo la signora Maria non lo sa.

Passiamo alle patate. In Italia si coltivano soprattutto a Cassibile. Ogni anno in primavera, tra aprile e giugno, centinaia di migranti raggiungono il comune siracusano. Nel 2008 la produzione italiana di patate è salita, nonostante la flessione delle superfici investite, a circa 2 milioni di tonnellate pari al 10 per cento in più rispetto al raccolto del 2007. Il merito di tale abbondanza è da attribuire alle condizioni meteorologiche favorevoli. Ma non solo. Il merito va ai braccianti che noi chiamiamo clandestini. Secondo le stime della Cgil sono circa un milione i lavoratori irregolari in agricoltura e rappresentano un quarto dell’economia informale. «Negli elenchi anagrafici dell’Inps per il 2007 – spiega Salvatore Lo Balbo segretario nazionale Flai Cgil – i lavoratori comunitari iscritti erano 980 mila, di questi 60 mila non sono italiani ma europei, gli extracomunitari sono 81 mila». Ottantunomila braccianti. Ma in molti, davanti a una buona bottiglia di vino dal sapore mediterraneo e dal colore verdognolo, non lo immaginano neppure. Bisognerebbe dirglielo.

La proposta arriva da una riunione sindacale durante la quale un giovane nigeriano nel suo intervento suggeriva di mettere sull’etichetta dei prodotti agricoli i nomi e i cognomi dei lavoratori che hanno contribuito alla produzione di quel frutto, di quella verdura, di quel vino e di quel pane. Si tratterebe di porre sul retro del prodotto doc una sorta di carta d’identità di tutti i protagonisti della filiera produttiva e, perché no, distributiva. Sì, perché è proprio nella distribuzione che casca l’asino. Ed è lì che si nasconde il nodo da sciogliere. Gli operai che forniscono la manodopera sono i primi anelli di una lunga catena che porta frutta, ortaggi, olio e vino sulle nostre tavole natalizie. Ma la lunghezza della filiera fa lievitare i costi, penalizza le parti più deboli, ostacola la tracciabilità e toglie competitività ai nostri prodotti soprattutto sui mercati del Nord Europa dove i pachino, tanto per fare un esempio, al produttore costano poche decine di centesimi mentre al consumatore vengono venduti a 18 euro al chilo. Maria tutto questo non lo sa. E chissà, se lo sapesse, cosa direbbe.

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