Donne, tutte in piazza. E noi?

Donne, tutte in piazza. E noi?

Aspettavo moralismo. Invece no. Non c’è stato. Aspettavo frasi fatte, banalità. Invece no. Non c’è stata. Temevo saremmo finite per dividerci in buone e cattive. In suore e puttane. Invece no. Non l’abbiamo fatto. Ci siamo riscattate, abbiamo distrutto il velo di pregiudizio che ci voleva bacchettone e moraliste da quattro soldi. Abbiamo dato spazio a tutte. Suore, precarie, ricche, povere, nere, bianche, vecchie, italiane, straniere, belle, brutte. Come sono le donne, multicolor. Multitask.

Immaginandola, ieri sera, me l’aspettavo così. Immaginavo la piazza come quelle che non ho mai visto, perché non c’ero ancora. Immaginavo noi, oggi a Roma, come le “streghe” anni ’70 trenta anni fa. Occhiali tondi, calze colorate, fiori, musica, giornali, volantini. C’era tutto. Tranne una cosa: noi. Non c’eravamo. C’erano le nostre mamme. Le nostre zie, anche qualche nonna. Poi c’erano le bambine “trascinate” in piazza. Erano lì, piccoline, sedute per terra tutte inguacchiate con le mani nella vernice. Tutte prese a colorare gli spazi con pitture gialle, verdi, rosse, blu. A disegnare forme strane, fiori e nuvole e casette e animali, sui mega pannelli istallati in Piazza del Popolo apposta per intrattenerle e lasciare che le mamme seguissero la manifestazione.

C’era anche qualche liceale, occhiali da sole e manifesti. Sedute sui muri intorno alla piazza con le gambe incrociate e le all star ai piedi. C’erano tutte. Ma noi, generazione Millennial, non c’eravamo. Dov’eramo? Siamo rimaste a casa? Chiuse a preparare gli esami. Oppure abbiamo scelto di andare al parco, con una così bella giornata. Forse. O forse no. Che peccato pero’. Nella piazza che immaginavo ci saremmo dovute essere noi. Soprattutto noi. Già ci immaginavo. Lì tutte schierate. Giovani, belle, fresche. A metà tra studio e lavoro. Tra essere donne complete e voler ancora rimanere un po’ ragazzine. Invece no. I capelli bianchi erano di più.

Eppure mi sembrava che questa manifestazione l’avessimo voluta tutte. Forse invece sbagliavo e a volerla davvero erano le nostre mamme e nonne. Forse l’hanno organizzata apposta per noi, perché temono che in futuro si possa vivere quello che oggi vivono loro. Non l’abbiamo capito, questo. Noi no. Eravamo poche. Troppo poche.

Generazione ’86 dove ti sei nascosta? In piazza non c’eri. Ti ho cercata. Volevo sentire che quella era la nostra manifestazione. La battaglia di tutte le donne ma soprattutto la nostra che tra pochi anni, chi prima, chi dopo, saremo mamme, spose, zitelle, in carriera o casalinghe, all’estero o in Italia. Abbiamo scelto di non esserci. Di non metterci la faccia. Di lasciare che le altre donne ci rappresentassero. O almeno, che tentassero di rappresentarci. Abbiamo lasciato che le mamme quasi nonne facessero per noi. E’ forse proprio la nostra assenza la nostra protesta? In ogni caso – temo – sia fallita. Perché, care colleghe, nessuno si è accorto che mancavamo.

Forse allora il problema non è la società, l’italietta, il machismo, le discriminazioni, la doppia fatica a cui siamo sottoposte. Forse il problema è che noi abbiamo già deciso che nulla cambierà. Forse, il problema, è che quello di cui parlava oggi la piazza, per noi è un non-problema. Cioè qualcosa che non ci tocca. Perché in queste condizioni ci siamo nate. Abbiamo respirato quest’aria da sempre. E per questo tutto è più “normale” di quanto appaia agli occhi di mamme, nonne e zie. Noi, spalle di ferro, siamo convinte che potremo sottrarci a tutto questo perché “loro”, le trentenni, sono le fallite.

Dunque noi no. Davvero saremo donne migliori? I nostri, saranno uomini migliori? Ne siamo davvero convinte o pensiamo solo di esserlo? Oggi lo scossone c’è stato. E tocca esultare – almeno sta volta – perché sembra che, lentamente, l’Italia si stia rialzando. Ma la forza della piazza si testerà solo tra qualche giorno, mese, anno. Per il momento, l’entusiasmo non puo’ che aspettare che sparisca (sparirà??) quel solito velo d’incertezza (“E ora, cosa succederà?”Anzi, “Ora qualcosa succederà??”) che caratterizza tutte le cose del nostro Belpaese. Una cosa è certa: l’Italia è un popolo di gente strana. Persone capaci di tacere davanti ai più gravi degli affronti e poi sempre loro capaci di dire basta e spingere nelle piazze anche i vecchietti in carrozzella. Un paese, il nostro, pieno d’appassionati. Ma spesso lo sono più i nostri nonni di noi, giovani e freschi. Le piccole donne hanno – erroneamente – già deciso di tirarsene fuori. Forse è il caso di svegliarsi. Di abbandonare l’individualismo, di tornare a fare gruppo. Perché è l’unione che ci permetterà tra due, sei, dieci anni, di tornare alla velocità della luce in piazza non più da universitarie o da giovani lavoratrici. Ma da mamme, nonne, zie. Donne. Di nuovo, per le nostre cause future senza dover aspettare di subire 16 anni di umiliazioni. Capirlo ora significa tentare di non ripetere il “loro” errore. L’errore delle trentenni che non hanno mai mosso un dito. E che hanno aspettato un tempo infinito prima di alzare la voce. Scendere in piazza prima che il guaio sia fatto. Questo dobbiamo imparare a fare. Loro ci hanno messo troppo. Toccherebbe a noi sostituirle. Se non lo capiamo ora, allora quando?

P.s: Grazie mamme, nonne, zie, cugine, sorelle maggiori.

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