Roma, s’è stufato anche il terzo settore

Roma, s’è stufato anche il terzo settore

E’ un “supermercato del sociale” in cui si vendono prestazioni a basso costo a scapito della loro qualità. “I tagli all’assistenza domiciliare, alla promozione culturale, agli asili nido, alle attività di integrazione, assieme al ritardo cronico nei pagamenti, all’esclusione delle organizzazioni sociali dalla programmazione del piano di servizi e dall’affidamento di appalti” stanno  riducendo “le politiche sociali a puro assistenzialismo caritatevole”. E’ questo il messaggio lanciato dalle più grandi realtà della cooperazione, dell’associazionismo e del volontariato italiano. Che, sulla scia delle manifestazioni che si sono susseguite nelle ultime settimane, hanno deciso – anche loro – di farsi sentire.

Oggi tutti in piazza. In Campidoglio per chiedere alle Giunte comunali e allo Stato italiano “più risorse, più partecipazione, più decentramento, il riconoscimento e la valorizzazione (anche economica) delle professionalità per garantire servizi all’altezza delle richieste”.  In prima fila dal Cnca Lazio 1 alle imprese sociali “Città Visibile 2“, dal Coordinamento degli enti infanzia e adolescenza ad Action Diritti, all’Arci Solidarietà al Roma 3 Social Club, assieme a tante altre organizzazioni, compreso il Forum Terzo Settore 4.

I punti della protesta. Nel mirino “romano” la giunta del sindaco Gianni Alemanno alla quale gli operatori del sociale chiedono di fare della “lotta al disagio, dell’emarginazione e della promozione del benessere psicofisico dei propri cittadini” una priorità dell’amministrazione locale. Tra i punti della protesta nazionale, il federalismo di cui “non sono stati definiti i livelli essenziali delle prestazioni, di cui risulta ancora incerto e farraginoso il sistema di perequazione territoriale che dovrebbe garantire le regioni più deboli dal punto di vista finanziario” e sul quale “ci sono forti dubbi riguardo al meccanismo disegnato nel decreto sul federalismo municipale dal punto di vista del rapporto entrate-uscite”, senza considerare che “la ‘cedolare seccà per gli immobili, introdotta nel provvedimento con l’intento dichiarato di contrastare il nero, è uno strumento che favorisce i redditi più alti”.

Riguarda tutti i comuni italiani. In piazza, per dare man forte ai colleghi romani, anche gli operatori sociali napoletani. “Questo della carenza di fondi è un problema che riguarda tutti i comuni d’Italia”, afferma Sergio D’Angelo, uno dei maggiori rappresentanti della cooperazione sociale a livello locale e nazionale. Da portavoce del Forum campano del Terzo Settore e da vicepresidente nazionale di Legacoopsociali, D’Angelo spiega che dal 2007 ad oggi le risorse nazionali sono sempre meno. “In tre anni siamo passati da 1 miliardo di euro a 250 milioni stanziati per tutta l’Italia”. Per essere precisi mancherebbero all’appello circa 77 milioni di risorse indistinte. Di più, il famigerato fondo per la non autosufficienza sembra quasi essere scomparso. “In pratica, continua D’Angelo, dai 165 euro pro capite stanziati per il welfare, siamo passati a 35 euro per cittadino”. In causa sono chiamati lo Stato, che ha tagliato qui e là, ma anche le Regioni. “Quella Campana – ammette – ai tagli effettuati dal governo nazionale ha aggiunto i suoi”.

Il taglio dei servizi. Infine, i Comuni. Che scontano la riduzione del trasferimento dei fondi agli enti locali. Insomma, i problemi che affliggono il terzo settore sono un po’ gli stessi in tutta Italia. Quando mancano i soldi, si tagliano i servizi. E poi c’è la questione dei pagamenti. Che arrivano sempre in ritardo. “Aspettiamo ancora i finanziamenti del 2009. Ci spettano di diritto ma sono in ritardo di 30 mensilità”, conclude D’Angelo. Risponde Palazzo San Giacomo affermando che “la precedente Giunta regionale aveva lasciato a secco i capitoli di spesa della Legge di settore della Campania, la 11 del 2007, mentre l’attuale Consiglio regionale, nonostante le ristrette finanziarie dovute allo sforamento del patto di stabilità, ha appostato 5 milioni di euro sulla stessa”. Non solo. A questo si somma il “problema di tracciabilità delle risorse”, già sollevato ufficialmente dalla precedente giunta Bassolino.

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