Decarcerizzazione minorile

Decarcerizzazione minorile

ROMA – Diciannove nei Centri di prima accoglienza, 44 nelle comunità ministeriali, 778 in quelle private e 426 presso gli Istituti penali per minorenni (Ipm), che in Italia sono 19, di cui due attualmente chiusi per ristrutturazione. Gli stranieri detenuti sono più dei coetanei italiani ma, buona notizia, la carcerizzazione minorile ha subito negli ultimi anni una battuta d’arresto. Il quadro emerge dal rapporto “Ragazzi dentro 1“, realizzato dall’Associazione Antigone 2, che nel 2008, per la prima volta, è stata autorizzata a monitorare 19 istituti penali per minorenni (Ipm) presenti su tutto territorio nazionale.
I reati più diffusi. Furti, rapine, truffe ed estorsioni sono tra le prime cause di arresto. Poi vengono la droga e i reati contro la persona. Secondo Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, sono 24, circa il 5% del totale, le persone detenute per reati gravi di quest’ultimo tipo. In compenso, il periodo di detenzione si è ridotto a due mesi circa. Aumenta invece il ricorso alla messa in prova, la sospensione del processo e l’affidamento del giovane ai servizi minorili dell’amministrazione della giustizia che, anche in collaborazione con i servizi socio-assistenziali degli enti locali, svolge nei suoi confronti attività di osservazione, sostegno e controllo.

Giustizia uguale per tutti? A scontare la pena negli istituti penali per minorenni (Ipm) sono soprattutto gli stranieri che superano di più del 40% i coetanei italiani. Il che vale soprattutto per le ragazze (10 per cento), quasi tutte rom, che nel 2009 erano l’82,45 del totale delle detenute. In ogni caso, che siano italiani o stranieri, per i giovani vige il principio del carcere come extrema ratio. Con un particolare: anche gli stranieri sono in netta minoranza fra i denunciati, in carcere se ne contano quanti o più degli italiani. Per quest’ultimi le misure alternative alla detenzione sono attuate con maggiore facilità.

Arresti domiciliani. Sono concessi al 75% dei ragazzi italiani contro un 25% di stranieri. Stessa storia nel caso di trasferimento in comunità. Ad ottenerla è il 64,7% dei connazionali contro il 35,5% di stranieri. Peggio va se si considera la custodia cautelare in carcere: in questo caso, gli stranieri detenuti ammontano al 53,3%. Circa il 5 per cento in più dei giovani di casa nostra. Dunque, il rapporto parla chiaro: “La giustizia minorile sembra più brava di quella degli adulti nell’evitare il ricorso al carcere, ma proprio per questo nelle carceri minorili la presenza di soggetti che provengono dagli strati più marginali delle nostre società è ancora maggiore, e il lavoro da compiere negli istituti di pena ancora più difficile”.

Nord-Sud. Forte è la disomogeneità territoriale: al Nord e al Centro i ragazzi italiani sono pochi. Forse per questo spesso vengono trasferiti da istituti del Sud. Nelle strutture del meridionali e delle isole, invece, avviene esattamente l’opposto. In questo caso sono gli stranieri a contarsi sulla punta delle dita e ad essere sempre più spesso trasferiti negli istituti del Nord.

De-carcerizzazione. In generale, dall’indagine emerge una diminuzione del numero di minorenni negli istituti di pena. La tendenza è in atto dal 1975, “anno in cui la criminalizzazione dei minori aveva raggiunto le sue punte massime”. Con l’approvazione, nello stesso anno, della riforma del codice di procedura minorile del 1988, che prevede che il carcere sia veramente l’ultima soluzione, si è quindi innescata una progressiva “decarcerizzazione”. E se le presenze totali negli istituti di pena rimangono comunque stabili (450 quest’anno, 438 nel 1998), scendono invece gli ingressi nei Centri di prima accoglienza (Cpa) passati da 4.222 nel 1998 a 2.344 del 2010. La diminuzione totale è pari a quasi il 50%. Una tendenza, questa, opposta a quella registrata nella popolazione adulta dove il numero di detenuti è cresciuto a dismisura.

I problemi. La popolazione carceraria resta comunque espressione dei ceti sociali più marginali e le strutture detentive sono “spesso vecchie e malandate”. Poi c’è il diritto alla salute: garantito “a macchia di leopardo”. Attualmente chiusi per ristrutturazione gli istituti di Lecce e L’Aquila. Lavori in corso anche a Catanzaro, Milano e Torino. Restano gli istituti di Firenze e Acireale segnalati però come “concepiti con criteri definiti incompatibili con la destinazione attuale di Ipm”. In Sicilia e in Sardegna, invece, il primo nodo da sciogliere è nel passaggio di competenze dal ministero della Salute alle singole regioni. Ritardi, tentennamenti organizzativi e incertezze amministrative hanno portato a repentine interruzioni nell’erogazione dei servizi. In Sicila, tanto per fare un esempio, il passaggio da un ente all’altro non è ancora avvenuto.

Burocrazia a parte. Sono le strutture stesse che spesso lasciano a desiderare. Alessio Scandurra, curatore del rapporto Antigone, segnala il caso dell’istituto di Treviso, “ricavato all’interno di una casa circondariale per adulti e che perciò presenta molte criticità, tra cui il fatto che hanno molti spazi in comune”. Tra una crepa e l’altra anche qualche caso virtuoso. Nell’istituto di Quartucciu, in provincia di Cagliari, la struttura è messa meglio di altre. Nulla toglie che si possa fare di più. Tra il 2008 e il 2010 sono stati investiti quarantacinque milioni di euro. Soldi che pero’, in parte, sono già stati spesi. Per mettere in sicurezza gli edifici e per creare spazi per attività ludiche, campetti sportivi e sale gioco.

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