Il boom degli ospizi fantasma

Il boom degli ospizi fantasma

Secondo il censimento delle regioni sono 3.374, tra pubbliche e private. Il ministero dell’Interno invece ne conta 5.858. Se poi si va sul sito delle pagine gialle e si digita “Case di riposo”, si ottengono 6.389 indirizzi. Ma almeno altri 4-500 sfuggono anche a questa ricerca.

Ecco, quante siano in Italia le strutture per gli anziani è un mistero. Così l’Auser – una Onlus indipendente che si occupa di terza età – ha cercato di vederci chiaro, regione per regione, scoprendo il fenomeno degli ospizi fantasma: mai registrati, spesso al limite delle regole, talvolta oltre.

Prendiamo la Sicilia, ad esempio. Qui il Viminale ha censito ufficialmente 499 strutture residenziali di cui l’82 per cento private. Secondo l’Auser però questa cifra sale «al doppio se si ragiona con elenchi telefonici e altre fonti locali». Si arriva così a circa 900 case di riposo di cui il 94 per cento a fini di lucro. Insomma, un bel business, benché la Sicilia sia la regione con il più alto tasso di diffusione di presidi residenziali socio-assistenziali.

Ma le case di riposo profit spuntano come funghi da nord a sud. I dati Cerved evidenziano che mentre si tagliano 40 mila posti letto nelle strutture pubbliche (oggi 100.282), il numero dei letti privati, in tutta Italia, è salito del 37 per cento (171.445). Le strutture private sono passate dalle 2.555 unità del 2005 alle 2.906 del 2009, moltiplicandosi proprio nel biennio 2008-2009, anno in cui la crisi economica ha colpito la quasi totalità dei settori produttivi. Stessa cosa per la crescita dei ricavi del settore che, nel 2009, risultava pari al 17,91 per cento.

Il fatto è che aprire una casa di riposo privata in Italia, conviene. «E’ un ottimo business», spiega Michele Mangano, palermitano, presidente Auser. E aprire da zero una struttura per anziani è un’operazione facile: per farlo, basta dimostrare di rispettare i criteri sanitari contenuti nelle carte di servizio. Alcune Regioni hanno infatti introdotto il regime di accreditamento solo per le strutture pubbliche e convenzionate con il pubblico. Così «c’è chi prende ammezzati o vecchie scuole e le tramuta in case di riposo», spiega Mangano.

E per rientrare delle poche spese (l’affitto, fondamentalmente) basta giocare con i prezzi. Un posto letto può costare alla famiglia dell’anziano tra i 1.200 e i 4.250 euro al mese. Per abbattere i costi, poi, basta che l’infermiera si improvvisi medico, badante e assistente sociale. Peccato che accorpare tre figure professionali in una sola violi le norme contenute nelle carte di servizi. Non a caso, in più del 67 per cento delle strutture “fantasma” setacciate dall’Auser, risulta assente un professionista operante nel settore sanitario (medico, infermiere), figura presente in maniera stabile (24 ore su 24) solamente in 74 casi su 227.

Come se non bastasse poi, circa il 65 per cento delle case di riposo interrogate telefonicamente dall’associazione, è collocato in una zona periferica. Il dato cresce fino al 73 per cento nel nord-ovest e scende (58 per cento) nel sud e nelle isole. Meno del 30 per cento delle case di riposo è ubicato nei comuni capoluogo, percentuale che scende al di sotto del 14 per cento se si considerano solamente i quartieri centrali.

A Roma, dove risiedono poco più del 70 per cento degli anziani di tutta la provincia, le case di riposo localizzate nel territorio comunale sono il 33 per cento. Molte distribuite nei quartieri periferici: nell’area di Lariano e Velletri. Ancora: 209 strutture su 227 sono distribuite su più livelli. Ma solo 144 hanno un ascensore. L’Auser rileva «abitazioni senza alcuna autorizzazione e impropriamente adibite ad attività socio-assistenziali per anziani e disabili, con un’assistenza assolutamente inadeguata».

Certi ambienti sono infatti del tutto privi di requisiti igienico-sanitari, a causa della presenza di un numero di anziani superiore a quello autorizzato. Il dato è confermato dalle indagini svolte dai Nas: il 27,5 per cento degli 863 controlli effettuati nel 2010 presso le strutture residenziali per anziani ha rilevato irregolarità. Autorizzazioni mancanti, strutture non adeguate, numero di anziani superiore alle possibilità, oltre ad attività infermieristiche esercitate in modo abusivo. I casi peggiori si concentrano al Sud (39,5 per cento del totale), nel centro Italia (circa il 29 per cento), nel Nord-Est (14,3 per cento) e nord-ovest (17,5per cento).

«I Nas sono bravissimi ma soli, non riescono a coprire tutto», dicono all’Auser. Dunque, ecco la proposta: aprire i portoni delle case di riposo al volontariato. «Per incentivare la socializzazione degli anziani e svolgere indirettamente anche un ruolo di monitoraggio. Chiediamo», conclude Mangano «di stilare un protocollo in questa direzione da sottoporre ai Comuni e da inserire nella carte dei servizi».

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