Teatro Valle, meglio i fiori

Teatro Valle, meglio i fiori

Diciassettesimo giorno d’occupazione. Senza sosta. Tra notti in bianco, cene sociali, conferenze, dibattiti e spettacoli improvvisati. La protesta è di attori, lavoratori, amanti dello storico teatro romano, scrittori e sceneggiatori. Al  Teatro Valle di Roma sono già passati in tanti. Una firma, un sorriso, una dichiarazione di solidarietà e poi via, fuori dal Teatro, per ricominciare o continuare la solita giornata.

Solo loro non si sono mai schiodate. Sbucate dalle quinte dello storico teatro capitolino, le ragazze hanno guidato la protesta. Anzi, continuano a guidarla. Sono fanciulle, giovani donne, e nei capelli portano tutte dei fiori. Belle, ognuna a modo suo. Romantiche nel vestire, eleganti nel protestare. C’è Eliana, esile con la testa mora e una voce forte e profonda che fa sorridere chi la ascolta perché non se lo aspetterebbe un tale carisma da un corpicino così. C’è Benedetta che cura la comunicazione e mantiene i rapporti con la stampa. C’è Manuela che si occupa del decoro, verifica che le giornate vadano secondo i piani e che nessuno tenti di distruggere quanto, tutte insieme, stanno costruendo. Poi ci sono Giulia, Francesca, Tania, Giorgia e Silvia. Sono loro. Fanciulle in fiore le ha chiamate Katia Ippaso su gli Altri. Quelle che non hanno bisogno di mostrare i muscoli per farsi sentire ma che, con la loro leggerezza, hanno sostituito le immagini di un paese (il nostro) in decadenza, con quelle più luminose di una città (Roma) e di un’Italia pacifica, sicura, determinata. Donna.
Benedetta e le altre non credono nelle favore. Tutt’altro. Le giovani fanciulle del Valle hanno i piedi per terra. Ed è per questo che, senza slogan, senza volgarità e senza nemmeno moralismo – tipico del femminismo nostrano di sinistra – vigilano: si assicurano che il passaggio da una gestione all’altra venga effettuato con trasparenza. Osservano con costanza. Si fanno guardiane. Vogliono che il Valle continui a respirare, a vivere di spettacoli, ad essere popolato dai romani, dai passanti, dai teatranti. Chiedono uno stabile nuovo, che porti innovazione. Non vogliono un bar da quattro soldi e nemmeno una sala da bistrot. Pretendono una “rivoluzione culturale” che parli di letteratura, di scrittura, di teatro, di musica, di femmine, di maschi, di città, di campagna. Senza polemiche inutili (come quelle che invece vengono spesso sollevate dalle donne di partito e donne di coordinamento) parlano di loro, parlano di noi. Perché si puo’ essere delicate ma molto combattenti.

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