Cuba addio

di giuliacerino

All’aeroporto dell’Avana in partenza ci sono gli inglesi e moltissimi francesi ustionati dal sole caraibico. Ci sono i tedeschi con il cappello Panama in testa tutti uguali comprati come souvenir a 4 euro l’uno. Ci sono i russi annoiati, gli italiani in shorts e infradito. E poi, nella mischia, ci sono anche i cubani. Quelli che sono riusciti ad ottenere il consenso governativo per partire ora piangono. Disperati si stringono i parenti di chi se ne va, loro costretti invece a restare. Accanto a me, due file più in là, un gruppo di sei forse sette figli della rivoluzione con la mano salutano un compagnero che ha appena lasciato il gruppo e sta per oltrepassare il varco. Mentre la guardia nel gabbiotto controlla i passaporti e scatta una foto identificatrice, l’uomo con la coda dell’occhio osserva i parenti. Si sforza per non piangere e appena finito svelto apre la porta che lo separa dal mondo. I parenti, gli amici che lì lo guardano allontanarsi sanno che non lo rivedranno più. Perché X sta partendo per sempre, sta lasciando l’Isola. Probabilmente possiede un visto turistico valido al massimo sei mesi. Probabilmente, una volta scaduto, non tornerà comunque. E, così facendo, perderà ogni diritto di essere cubano perché il governo lo dichiarerà traditore e per questo mai più – mai più – gli sarà concesso di tornare nella sua terra, dai suoi amici, dai suoi parenti.

Poco più in là, davanti a me una giovane donna dalla pelle chiarissima e gli occhi azzurri stringe nella mano un passaporto francese. In braccio ha una bambina che a lei non assomiglia proprio. Ha gli occhi scuri, la pelle scura e il passaporto cubano. Assomiglia piuttosto al ragazzo che le accompagna. Un cubano dagli occhi azzurri anche lui che alla mano sinistra porta una fede, identica a quella portata dalla giovane francese. Sembrano sposati. Un cubano con un’europea. Ce ne sono tantissimi. Forse per amore forse perché è l’unico modo per scappare dal totalitarismo. Forse per entrambe le ragioni. Insieme i due innamorati quella bimba la stanno portando via mentre sorridente e inconsapevole con la manina saluta qualcuno in piedi dietro le transenne che, alle nostre spalle, separano i viaggiatori da chi resta. La piccola saluta la sua famiglia. C’è la nonna, forse qualche zia e chissà – nascosta – anche la vera mamma. Una cubana qualsiasi disposta a vedere sua figlia emigrare pur di salvarla. Ecco, è in questi momenti che capisci un paese, la sua gente. E’ in questi momenti che odi la storia e ti chiedi perché nemmeno il forte suono della musica cubana, della salsa, della rumba e nemmeno il forte sapore del rum, riescono a coprire le urla silenziose e strozzate di chi vorrebbe liberarsi dell’uguaglianza per sperimentare finalmente la libertà.

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