A.A.A studentati cercasi

A.A.A studentati cercasi

Ce ne sono circa sessanta in tutta Italia. Quello dell’Aquila è crollato due anni fa. Altri sedici sono a Torino, e sempre in Piemonte, uno ad Alessandria, Cuneo, due a Vercelli e tre a Novara. Nel Lazio sono 18. Dieci per La Sapienza, la più grande università d’Europa, e i restanti ripartiti tra i fuori sede iscritti a Roma Tre, Tor Vergata, Viterbo e Cassino. Poi c’è anche l’ultimo arrivato, uno studentato nuovo nuovo da poco inaugurato in pompa magna dall’assessore regionale alla Scuola del Lazio, Marco Di Stefano, dalla presidente della Regione Renata Polverini, e dai dirigenti Laziodisu (Ente territoriale Diritto allo Studio). La residenza di via Baldo degli Ubaldi a Roma è un “progetto rivoluzionario” – hanno detto – in grado di ospitare oltre duecento studenti in ottanta camere doppie e quaranta singole, di cui dieci attrezzate per portatori di handicap. Le stanze sono provviste di condizionatore, bagno per lui e per lei, toilette private per soli due coinquilini e cucine collettive al piano. «La struttura – si legge in un comunicato – è dotata anche di una sala spirituale priva di qualsiasi simbolo religioso: saranno gli studenti stessi a gestirla, magari fissando dei turni, in base alla loro fede ed appartenenza». Read more

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Cronaca di un’infernale mattinata al primo municipio

Cronaca di un’infernale mattinata al primo municipio

(Fonte: http://conlosguardoallorizzonte.blogspot.com)H 9,30. primo municipio di Roma. Mi hanno rubato la carta d’identità, ho la denuncia, il passaporto, la marca da bollo. Devo rifarla. L’ufficio ha aperto da appena un’ora. Prendo il numeretto: sono la 46esima.
Ore 10. Il rullo che segna i numeri è fermo al 10. Ore 10,15. Siamo all’11. Ore 10,45. Siamo al numero 13. Mi incavolo. Vado dalla responsabile dell’ufficio demografico, che non c’è. Allora chiedo del direttore. Salgo al secondo piano. Prima che mi riceva arriva la responsabile. Sono le 11. Affannata mi spiega che da quando si fanno le carte di identità anche per i minori di 15 anni le domande sono raddoppiate da 600 a 1500 a settimana. Si scusa, ha la faccia stanca. Dice che ha provato in tutti i modi a chiedere l’incremento del personale ma che non c’è stato modo di ottenerlo. Mi commuovo, mi intenerisco, e alla fine lascio stare. Ore 11,15. Torno giù. Compilo l’esposto (per quanto possa servire). Intorno altre 40 persone, molti vecchi, protestano. Chiedo se vogliono compilare un esposto anche loro. Della serie, l’unione fa la forza. Ma no, niente, non ne hanno voglia. Si avvicina di nuovo la responsabile che mi prega di non lamentarmi delle impiegate “che vede lavorano senza tregua”. Siamo al numero 25. Li costringo ad aprire un altro sportello. Lo aprono ma quando una delle due sportelliste si accorge che non è più la sola a dover fare carte d’identità, si alza e va a prendere il caffè. Punto e a capo. Ore 11,40. Uno straniero, Mohammed, prima di me litiga con un’impiegata che non vuole fargli il documento d’identità. La questura ha sbagliato: sul suo passaporto ha scritto il nome al posto del cognome. Ore 12,30. Ho fame. Scarto la mia merendina. Alzo la testa e vedo un cartello: “Sono pregati i gentili cittadini di non mangiare o consumare bevande nel salone”. A quanto pare c’è qualcuno che in passato, consapevole della babele che gli sarebbe spettata per ottenere un documento, si è portato le scorte di cibo per sopravvivere all’attesa. Quindi no, devo solo aspettare, e non posso nemmeno mangiare. L’1 meno un quarto. Tocca a me. Per fare la carta d’identità ci vogliono 20 minuti. Ho perso una giornata intera per ottenere un documento e nonostante l’ira dei miei colleghi in fila, non sono nemmeno riuscita a fargli compilare un esposto. Tutti si lamentano, nessuno muove un dito. Avete idea di quante ore di lavoro e quanta produttività perdiamo ogni volta che un italiano va alla Posta? Grazie, vivere a Roma sta diventando impossibile.

Il terzo settore in mutande

Il terzo settore in mutande

(Fonte: Napoletaniaroma)

Una montagna di mutande vecchie da consegnare al ministro Tremonti e al presidente Berlusconi e altrettanti “cesti di fichi secchi” da portare in dono ai candidati sindaco del Comune di Napoli, cioè a tutti coloro che “hanno lasciato in mutande non solo gli operatori sociali, ma anche migliaia di anziani, disabili, bambini, immigrati, rimasti privi di assistenza”.

La mobilitazione generale. Domani a Roma, Napoli e Genova se ne vedranno delle belle. Per la prima manifestazione unitaria nazionale del terzo settore, gli operatori sociali gridano alla “mobilitazione generale, meridionalista, nazionale ed europea in vista di un nuovo storico conflitto” e promettono di combinarne di cotte e di crude. Il corteo era stato annunciato a febbraio 1. Quando ancora l’Istat non aveva diffuso i dati  2sulla spesa sociale in Italia. Secondo l’Istituto statistico, “nel 2008 i Comuni, in forma singola o associata, hanno destinato agli interventi e ai servizi sociali 6 miliardi e 662 milioni di euro, un valore pari allo 0,42% del Pil nazionale”. Rispetto all’anno precedente la spesa sociale gestita a livello locale è aumentata del 4,1% ma l’incremento è di soli 8 euro a persona se calcolato a prezzi costanti.
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Roma, s’è stufato anche il terzo settore

Roma, s’è stufato anche il terzo settore

E’ un “supermercato del sociale” in cui si vendono prestazioni a basso costo a scapito della loro qualità. “I tagli all’assistenza domiciliare, alla promozione culturale, agli asili nido, alle attività di integrazione, assieme al ritardo cronico nei pagamenti, all’esclusione delle organizzazioni sociali dalla programmazione del piano di servizi e dall’affidamento di appalti” stanno  riducendo “le politiche sociali a puro assistenzialismo caritatevole”. E’ questo il messaggio lanciato dalle più grandi realtà della cooperazione, dell’associazionismo e del volontariato italiano. Che, sulla scia delle manifestazioni che si sono susseguite nelle ultime settimane, hanno deciso – anche loro – di farsi sentire. Read more

Donne, tutte in piazza. E noi?

Donne, tutte in piazza. E noi?

Aspettavo moralismo. Invece no. Non c’è stato. Aspettavo frasi fatte, banalità. Invece no. Non c’è stata. Temevo saremmo finite per dividerci in buone e cattive. In suore e puttane. Invece no. Non l’abbiamo fatto. Ci siamo riscattate, abbiamo distrutto il velo di pregiudizio che ci voleva bacchettone e moraliste da quattro soldi. Abbiamo dato spazio a tutte. Suore, precarie, ricche, povere, nere, bianche, vecchie, italiane, straniere, belle, brutte. Come sono le donne, multicolor. Multitask.

Immaginandola, ieri sera, me l’aspettavo così. Immaginavo la piazza come quelle che non ho mai visto, perché non c’ero ancora. Immaginavo noi, oggi a Roma, come le “streghe” anni ’70 trenta anni fa. Occhiali tondi, calze colorate, fiori, musica, giornali, volantini. C’era tutto. Tranne una cosa: noi. Non c’eravamo. C’erano le nostre mamme. Le nostre zie, anche qualche nonna. Poi c’erano le bambine “trascinate” in piazza. Erano lì, piccoline, sedute per terra tutte inguacchiate con le mani nella vernice. Tutte prese a colorare gli spazi con pitture gialle, verdi, rosse, blu. A disegnare forme strane, fiori e nuvole e casette e animali, sui mega pannelli istallati in Piazza del Popolo apposta per intrattenerle e lasciare che le mamme seguissero la manifestazione. Read more

Roma nel caos. Come nel 1977, è guerriglia

Roma nel caos. Come nel 1977, è guerriglia

Agenti della polizia, dei carabinieri e della guardia di finanza caricano i manifestanti in piazzale Flaminio, Muro Torto e Villa Borghese. Un pioggia di pietre dal Pincio su chiunque passi a Piazza del Popolo. Un centinaio di Black blok si posizionano sulla celebre terrazza di Villa Borghese, sotto un albero di Natale, e lanciano pietre sotto piazza del Popolo colpendo chiunque: passanti, giornalisti oltre che forze dell’ordine. Poi i vigili del fuoco aprono gli idranti sui manifestanti in via del Babuino. Una camionetta della Gdf e un’auto in fiamme ostruiscono l’accesso alla strada. All’inizio di via del Corso, una barricata artigianale fatta dai manifestanti arde ancora, come pure, in Via Ferdinando di Savoia una vettura dell’Atac. La polizia carica ancora in via di Ripetta: alcuni rispondono lanciando sampietrini. Proseguono gli scontri tra manifestanti e polizia: i primi sono stati fatti indietreggiare fino a piazzale Flaminio, dove però sono ancora in corso delle cariche delle forze dell’ordine alla quali viene risposto con un lancio di sanpietrini. E ancora fumogeni, petardi da parte dei manifestanti e lacrimogeni da parte della polizia. C’è fumo ovunque. E in via del Corso continua a bruciare la camionetta della Gdf Le fiamme si propagano rapidamente. Sono alte almeno due metri. C’è gente affacciata alla finestra. Inveiscono contro i manifestanti che tentano disperatamente di evadere, di oltrepassare la “gabbia” di barriere umane che li separa dalle mete. “Perché non ci fanno avvicinare?”, “Di cosa avete paura”, urlano ai poliziotti. Intanto i clacson delle auto sembrano impazziti. Motorini in contromano ovunque. Carabinieri esausti. Ci sono posti di blocco ogni cento metri. Roma è invivibile. Come l’Italia. Per sfiduciare il governo, questo 14 dicembre sono scesi in piazza davvero tutti. Più di 100mila. Impazziti. Vengono dall’Aquila ancora a pezzi, vengono dalla Sardegna. Sono i pastori e gli operai arrivati dai cantieri e dalle fabbriche. Ci sono i metalmeccanici, i professori. Tutti insieme con gli studenti medi, con gli universitari decisi ad assaltare il palazzo del governo, la Camera dei deputati, il Senato. Il movimento chiede di essere protagonista. Chiede di poter accedere ai palazzi del potere. Senza risultati. Il 14 dicembre è una giornata cruciale. Come nel 1977. La protesta degli studenti, iniziata in mattinata, era pacifica. Poi, all’annuncio del sì alla fiducia non si è capito più niente. Caos. Isteria, paura, urla e tanta rabbia. La pace ha fatto spazio alla guerriglia. E agli studenti sono subentrati i black block. Incappucciati.

Mondadori, è fuga dal centro di Roma. Lavoratori cassa integrati e Gap a via del Corso

Mondadori, è fuga dal centro di Roma. Lavoratori cassa integrati e Gap a via del Corso

Mondadori ha chiuso bottega [VIDEO ]. Addio multicenter di via San Vincenzo a due passi da Fontana di Trevi e bye bye anche al megastore di via del Corso. Al suo posto arriva una jeanseria made in Usa: anzi, made in Gap. In barba alla delibera comunale del 2006 che si propone di ostacolare ogni tentativo che “modifichi la vocazione originale del centro storico e anzi, si propone di tutelare le librerie…” Parole, parole, parole. Ma insomma, pure noi che ci abbiamo creduto. Quella votata dalla giunta era solo una formalità. Ed era già chiaro a tutti che, davanti al profitto, si sarebbe fatto uno strappo alla regola…